Il sogno di don Puglisi per i piccoli di Brancaccio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01

E' come se esistesse una linea immaginaria a Brancaccio. Una separazione quasi invisibile fra l'animata via che attraversa il quartiere e la zona a ridosso della ferrovia, silenziosa, quasi come se in quelle case fatiscenti affacciate sui binari non ci fosse nessuno ad abitarci. Brancaccio è considerata una periferia ma in realtà non è così lontana dalla zona centrale di Palermo, dalla caotica rotatoria che fronteggia la stazione centrale così come dalla lunga via Roma, che attraversa il centro storico. Non fosse per quel frammento di territorio, non sarebbe diverso da un qualsiasi altro quartiere a cavallo fra il nucleo e il mantello di una grande città. A Brancaccio, però, la realtà deve fare i conti con se stessa: c'è una parte del quartiere (quella parte) costantemente faccia a faccia con pressanti condizioni di degrado, costretta in un limbo fra il problema annoso di un'amministrazione latente e quello “genetico” portato da quei pochi che, al desiderio di emancipazione della zona, rispondono riaffermando la propria presunta voce in capitolo.

Un progetto

Una mentalità che fatica forse a comprendere come l'educazione alla bellezza e allo spirito di comunità porti frutti se non nell'immediato, perlomeno duraturi nel tempo. Quella stessa mentalità che, a fronte del progetto di costruzione di un asilo nido proprio in quella zona franca fra il cuore di Brancaccio e la sua “periferia”, ha portato a reagire in modo intimidatorio, attraverso lo sfruttamento di quell'infanzia che il progetto del Centro Padre nostro, fondato da don Pino Puglisi, propone di tutelare. Non c'è nulla lì, in quello spiazzo dove l'asilo dovrebbe sorgere: solo un'area vuota, ripulita dai volontari e presentata alle istituzioni che, il giorno 8 marzo, hanno simbolicamente preso in consegna quei metri quadri dove, progetto alla mano, dovrebbe sorgere un bel complesso per l'infanzia, il primo a Brancaccio. Un modo tangibile per vedere realizzati gli sforzi degli operatori del Centro Padre nostro che, ogni giorno, si battono perché anche questa zona di Palermo possa essere migliore. La cerimonia del giorno 8, però, pur partecipata dal sindaco Leoluca Orlando, dall'arcivescovo mons. Corrado Lorefice, dal parroco di San Gaetano (la parrocchia di don Puglisi) don Maurizio Francoforte e dal direttore del Centro, Maurizio Artale, è stata solo un momento: neanche 24 ore e al posto del catenaccio che delimita l'area viene trovato un cordone, lo striscione affisso all'esterno è a terra e un ragazzo nemmeno adolescente ribadisce in siciliano ad Artale che l'asilo, lì, non si sarebbe costruito. Ne passano 48 e gli atti intimidatori peggiorano: qualcuno riesce a entrare, viene posizionata una sedia al centro dello spiazzo con alcuni sacchi di immondizia. Viene dato fuoco.

L'intimidazione

“Ciò che colpisce – ha spiegato Artale – è che di ingressi in quell'area ce ne sono quanti se ne vogliono. Sul retro non ci sono nemmeno le recinzioni, con un salto si è dentro. Lo scopo era entrare dalla porta principale, un gesto fortemente indicativo sul messaggio che queste persone volevano lanciare”. Colpisce anche che a lanciare il guanto di sfida sia stato un bambino: “Non sono parole di un ragazzino di 10 anni. Io li ho visti mentre armeggiavano con il catenaccio, gli ho chiesto cosa stessero facendo ricevendo un'altra domanda come risposta: 'Perché? E' il tuo il terreno?'. Alla mia insistenza, è arrivata la frase: 'Ccà tu asilo un ni costruisci'”. La sera successiva arriva il secondo raid: qualcosa prende fuoco di fronte le case ma nessuno vede nulla, non segnala nulla. Davanti alla porta d'ingresso del Centro viene rotto un vaso, e stavolta siamo nell'animata Via di Brancaccio, a due passi dalla parrocchia che fu del beato don Puglisi.

Brancaccio e i suoi operatori

Brancaccio vuole combattere, navigando fra i problemi propri della periferia e quelli portati dalla morsa di una criminalità che, nonostante gli anni trascorsi e le diverse epoche storiche, ancora fa sentire la sua pressione, inserendosi in un tessuto sociale in difficoltà. Una realtà territoriale, quella di Brancaccio, nella quale la cultura del bene comune si scontra ogni giorno con quella mentalità distorta che sfugge alla via del dialogo indicata da don Puglisi incrementando il divario fra società e futuro. Sorprende che a lanciare “il guanto di sfida” sia stato un bambino ma fino a un certo punto: quella “paranza” lasciata slegata non solo dalla cultura della legalità ma anche da quella del vivere comune, negandole persino il sacrosanto diritto all'infanzia. E questo nonostante vi sia chi, ogni giorno, spenda se stesso per garantirlo: “Lavoriamo ogni giorno con i bambini, attraverso progetti nel doposcuola – spiega Valentina, volontaria del Centro Padre nostro -. Non è semplice, soprattutto con i ragazzi più grandi. Un lavoro importante va fatto anche con le famiglie, molte delle quali vivono in condizione di disagio e non riescono a offrire ai loro figli le giuste alternative. Il percorso di sostegno a questi bambini non può prescindere da questo punto. Ma non è un lavoro che i volontari possono fare da soli, nonostante il nostro impegno sia sempre costante. Io non sono di Palermo ma in questa città e in questo quartiere ho trovato davvero la mia vocazione. C'è bisogno di una rete sociale, una connessione a tutti i livelli fra istituzione e cittadinanza”.

Rieducazione sociale

Un progetto, quello dell'asilo, che costituisce un investimento marginale a livello economico rispetto a quello che il contesto di quell'area del quartiere necessita ma che, da un punto di vista della comunità, rappresenterebbe un importante passo avanti per quel tessuto sociale da ricostruire proprio partendo dall'educazione dei bambini. Un progetto che, peraltro, era stato presentato per la prima volta proprio da don Puglisi, il quale insisteva affinché non si perdesse più tempo con i retaggi burocratici e si arrivasse alla creazione del primo vero polo educativo per i più piccoli dei brancaccesi: “Qui ci sono atti intimidatori ma la verità è che al bello poi ci si abitua – ha concluso Maurizio Artale -. Io sono stato minacciato di morte per la realizzazione di una piazza per via dell'abbattimento di alcune strutture abusive ma quando ci si trova di fronte a qualcosa di realizzato a beneficio del quartiere non si possono non riconoscerne i frutti. Noi lottiamo ogni giorno e continueremo a lottare perché questo sogno di don Pino possa realizzarsi”. Mollare tutto… questa è l'unica cosa impossibile: “Ogni sera – ha spiegato indicando un ritratto sorridente del beato, presente in un corridoio del Centro – lo guardo e vedo il suo sorriso: nonostante ciò che gli è successo continua a mostrarsi così. E se lui continua a sorridere come posso mollare io?”.

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.