A Rebibbia il primo ristorante dentro un carcere romano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:12

Il vialone chilometrico che costeggia l'istituto, l'attesa di fronte all'ingresso dell'edificio fatto di cemento armato e mattoncini, il controllo della prenotazione effettuata giorni prima, le espressioni un po' stranite degli uomini della polizia penitenziaria, il divieto di portare il telefonino al tavolo e la camminata di qualche minuto, prima che si apra davanti agli occhi incuriositi dei commensali, un ampio spazio incastrato tra l'area verde e la parrocchia dove si trovano i tavoli. È una percezione in crescendo e imprevedibile, come in una sinfonia, quella che travolge i desinanti dell'Osteria Uccelli In Gabbia. Il “locale” del carcere romano di Rebibbia che consente ai detenuti di essere per i venerdì sera estivi, cuochi e camerieri. Inaugurato il 7 giugno 2019 alla presenza della sindaca Virginia Raggi e Francesco Basentini, capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. 

La storia dell'iniziativa

Men at work è una cooperativa sociale, presieduta da Luciano Pantarotto, che dal 2003 gravita intorno al progetto cucina a Rebibbia. L'obiettivo è la formazione e l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate nelle attività di preparazione e somministrazione pasti, grazie all'utilizzo in comodato d'uso delle cucine dell'istituto di pena. L'idea prende corpo dalla semplice volontà di cambiare la qualità del vitto dei detenuti. I quali servono un menu degno dei migliori ristoranti: lasagnetta di acciughe e patate alla tellarina, tentacolo di piovra e seppia con patate, gamberoni in lardo di colonnata e zucchine gratinate, mille foglie con crema e lamponi. E per chiudere, oltre alle bevande, l'immancabile “caffè galeotto“. Queste le portate servite lo scorso venerdì 21 giugno. È corretto precisarlo dato che ogni cena ha una serie di piatti differente. 

L'importanza del lavoro per i detenuti 

Va da sé che trovare un impiego per chi è stato privato della libertà personale è un aspetto fondamentale in ottica del reinserimento sociale e non solo. “Perché – spiega Luciano Pantarotto – da una parte crea capacità economica per il detenuto e al contempo amplia la sua libertà di movimento rispetto alla quotidianità della vita carceraria”. Tra i 1500 detenuti di Rebibbia, ne lavorano circa 150. Non solo nella ristorazione, ma anche nelle pulizia o nella manutenzione. E tutto ciò avviene grazie al contratto di categoria applicato alle cooperative sociali, la maggior parte delle quali, se non la totalità sono di ispirazione cattolica. “Per l’abbattimento della recidiva è essenziale – aggiunge Pantarotto – non solo l’aspetto lavorativo, ma anche soprattutto il tentativo di ricostruire il tessuto familiare che normalmente si lacera con l’inizio della detenzione”. Dunque la cooperativa, per opera degli educatori che vi lavorano, funge da “gancio” tra detenuto e famiglia, in particolare favorendo il rincontro. “Per queste persone è importantissimo sapere che quando rientreranno in società ci sarà qualcuno ad aspettarle”, conclude Pantarotto. 

La selezione per servire ai tavoli

I camerieri dell'Osteria degli Uccelli In Gabbia vengono selezionati attraverso un bando pubblico. Per poter partecipare devono rispettare solo due requisiti: il loro fine pena non deve essere corto e non devono essere reclusi nelle divisioni di alta sicurezza. Per essere più precisi, la Men at work scarta coloro che non possono garantire il servizio per più di un anno. Altrimenti il percorso che si intraprende difficilmente compie i suoi effetti. Quando la detenzione sta per terminare alcuni chiedono: “E dopo cosa succede?”. Questa è la cartina di tornasole, ossia un buon segnale sul ravvedimento del soggetto ormai pronto a iniziare una nuova vita. La squadra che si prende cura del servizio è composta da otto persone. Tra loro c'è chi ha tentato di commettere un omicidio, chi c'è riusciuto ed ha occultato il cadavere, chi è stato membro di organizzazioni criminali e chi era dedito al narcotraffico. Eppure quando a fine serata, stringi loro la mano pronuciando “grazie”, di quel passato non c'è traccia. 

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