Nel Senegal meridionale lo sviluppo locale parte dai giovani e dalle donne

L’intervista di Interris.it a Federico Rivara, responsabile del progetto “Ripartire dai giovani: pro-motori dello sviluppo locale e della migrazione consapevole”

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Intervenire sullo sviluppo locale e sul fenomeno migratorio in un Paese africano significa, in concreto, accompagnare una comunità verso una maggiore autonomia economica e sociale, in virtù dei propri mezzi, e verso una maggior consapevolezza di cosa significhi mettersi in viaggio per cercare di costruirsi una nuova vita altrove, un percorso carico di rischi per la vita stessa di chi lo intraprende e di incognite sul raggiungimento dell’obiettivo prefissato. E questo “accompagnamento” è ciò che ha avviato e realizzato in un triennio l’organizzazione milanese Acra in Senegal (dove opera dal 1984), precisamente nelle regioni sudoccidentali di Sedhiou e Kolda, nel Casamance, con il progetto “Ripartire dai giovani: pro-motori dello sviluppo locale e della migrazione consapevole”. Iniziativa facente parte del Programma Migrazioni di Acra Senegal-Italia attivo dal 2016, co-finanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha lo scopo di creare e migliorare le opportunità formative e lavorative in un territorio transnazionale importante bacino di provenienza di flussi migratori, e con implementazione delle attività da parte di Acra, di Gabu in Guinea Bissau, da Mani Tese. Insieme a partner in loco ed in Italia, quali il Comune di Milano, l’Università di Milano-Bicocca, STMicroelectronics Foundation, l’Associazione Stretta di Mano e associazioni locali.

I giovani infatti sono i principali attori del presente e del futuro del paese occidentale africano, dove l’età media si aggira intorno ai 18 anni, ed è sulla loro formazione professionale, sulle loro competenze e sui loro progetti che bisogna investire – non solo in termini economici ma anche fornendo altri tipi di supporto –  per far sì che si superi la condizione attuale, fatta di economia informale e attività di sussistenza, che spesso grava sulla popolazione femminile – dato che il fenomeno migratorio, in Senegal, interessa maggiormente gli uomini. La migrazione senegalese regionale riguarda principalmente Gambia, Mauritania, Guinea ma anche Costa d’Avorio. All’interno di questa mobilità non c’è però solo il “viaggio di andata”. Fino al maggio 2019, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha assistito il ritorno volontario di 4.090 senegalesi, di cui 4.015 uomini e 75 donne principalmente di età tra i 18 e i 26 anni. Le principali destinazioni del “rientro” sono state le regioni di Kolda (1.273 persone), Dakar (623), Sedhiou (368) e Thiès (222).

Il progetto

“Ripartire dai giovani” è stato un progetto che si è rivolto a soggetti tra i 15 e i 35 anni, tra cui donne e migranti di ritorno, puntando a fornire loro competenze spendibili nel mondo del lavoro, con 250 persone formate in diversi settori produttivi, dall’agroalimentare a quello della gestione d’impresa, e con la creazione di 2 hub informatici, 80 giovani formati sulle tecniche di webjournalism, 1.200 in informatica di base e altri 200 in informatica avanzata. Complessivamente. sono stati attuati 1.700 percorsi formativi per altrettanti giovani e donne, e avviate 27 microimprese, supportate anche attraverso la formazione su business planning ed educazione finanziaria. Un altro piano su cui si è operato è stato quella della sensibilizzazione e della costruzione di relazioni per informare sui rischi delle migrazioni irregolari, con oltre 100 eventi, murales, un cinefestival e attività di comunicazione che hanno raggiunto mezzo milione di senegalesi.

L’intervista

Interris.it ha intervistato Federico Rivara, responsabile del progetto “Ripartire dai giovani: pro-motori dello sviluppo locale e della migrazione consapevole”, che da tre anni vive in Senegal.

Come è cominciata la sua esperienza in questo ambito?

“Dopo gli studi in cooperazione internazionale e sviluppo sono partito per il Senegal con il servizio civile, vivendo per circa un anno a Dakar. In seguito ho continuato questa attività in maniera più professionale, come cooperante e da circa un anno, con Acra, lavoro nel sud del Paese”.

Ci può illustrare il progetto “Ripartire dai giovani”?

progetto “Acra è capofila del progetto insieme a un consorzio di partner molto ampio, undici, e il progetto è iniziato nel 2018. Le principali attività riguardano la mappatura dei flussi migratori, perché queste sono regioni transfrontaliere, il lavoro e lo studio, per rinforzare le conoscenze e le competenze della popolazione locale. Un altro importante asse di intervento è cercare di offrire  opportunità di formazione professionale in loco a giovani dai 15 ai 35 anni, donne e migranti di ritorno. Per esempio la domanda di competenze informatiche è molto alta, abbiamo installato 3 hub informatici, perché si tratta di cose tutto sommato semplici che però gli permettono di inserirsi in modo migliore nel mercato di lavoro o di usarle nel proprio ambito. Un’attività che è stata molto apprezzata è stato il webjournalism. Siamo partiti dalla constatazione che la radio e i social sono tra i mezzi di comunicazione che qui vengono più utilizzati, per cui abbiamo voluto formare i più giovani sul loro uso corretto e professionale, anche per agevolare l’opera di sensibilizzazione sul tema della migrazione consapevole”.

In cosa consiste questa sensibilizzazione?

“Occorre una piccola premessa. Nell’Africa occidentale la  mobilità regionale è molto più forte di quella internazionale e spesso la migrazione verso l’Europa avviene perché, data la presenza di tante rotte, chi migra può ritrovarsi  su quella che porta in Europa. La sensibilizzazione consiste nell’illustrare quali sono i rischi che si incontrano su certi percorsi, come l’attraversamento del deserto o il tentativo di raggiungere le isole Canarie a bordo di una piroga, e sul tipo di realtà e di inserimento che possono trovare in Europa”.

In cosa consiste invece la migrazione di ritorno?

“Il ritorno è quel processo che porta persona, che ha deciso di trovarsi nel flusso migratorio verso l’ Africa nord-orientale o verso l’Europa, a rientrare nel proprio paese. Ci sono due tipi di migranti di ritorno. C’è chi ha vissuto a lungo tempo in Francia, Italia o Spagna e decide di rientrare, magari per avviare una propria attività o perché, fattosi più anziano, vuole tornare a vivere nel suo Paese in maniera stabile. Come c’è chi non è riuscito ad arrivare in Europa o comunque non ha raggiunto lì il proprio scopo. Non è affatto facile rientrare in un paese dopo che è passato del tempo e non sempre facile la reintegrazione nella comunità,  così nel nostro progetto abbiamo è lavorato anche nell’accompagnamento psicosociale di queste persone e delle loro famiglie di origine”.

Qual è la situazione del lavoro femminile nella regione dove operate?

“A Sedhiou abbiamo lavorato insieme all’associazione delle spose dei migranti, un gruppo che ha deciso di deciso di riunirsi e aprire un proprio spazio di condivisione rispetto alla loro esperienza e alle difficoltà che incontrano. Noi abbiamo cercato di accompagnarle sotto il profilo associativo e di avviamento alla trasformazione dei prodotti del territorio, principalmente frutta e verdura, da vendere nei mercati locali. Queste donne hanno su di sé sia il lavoro domestico che alcune attività nel settore primario, come l’agricoltura e il commercio, con la vendita di prodotti igienici, prodotti alimentari o di abbigliamento”.

Qual è stata l’incontro che l’ha più colpita, in questo progetto?

“Quello con le spose dei migranti, che portano avanti un autonomo percorso di sensibilizzazione verso la comunità e la forza che ci mettono, così come quello con Sekho Sakho, migrante di ritorno che ha deciso di investire e di “lanciare” un’impresa agricola collettiva, o ancora quello con Khady Ka, una giovane donna che ha potuto ampliare la propria attività di ristorazione”.

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