Rosario Livatino, il giudice martire che cadde per salvare l’Italia dalla mafia

L'eredità del magistrato siciliano ucciso dalla Stidda agrigentina: un esempio di legalità e dedizione per le nuove generazioni

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Il 21 settembre di quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dell’omicidio del giudice Rosario Livatino assassinato in maniera efferata da quattro affiliati alla Stidda – ossia la cosiddetta “quinta mafia” che prese le mosse tra gli anni ’70 e ’80 a Palma di Montechiaro in provincia di Agrigento e si diffuse a macchia di leopardo in tutta la Sicilia meridionale. In misura maggiore nella provincia di Caltanissetta e in parte di quella di Ragusa, in contrapposizione a Cosa Nostra, contro quale nel 1987 a Gela diede inizio ad un sanguinosa guerra di mafia finalizzata al controllo del territorio e delle attività illecite che causò numerose vittime. In particolare, il giudice Livatino venne barbaramente ucciso a colpi di pistola mentre si recava con la sua auto e senza scorta presso il Palazzo di Giustizia.

Rosario Livatino, una vita per la magistratura

La vita di Rosario Livatino rappresenta un fulgido esempio di servitore dello Stato nel quale il senso della giustizia è connaturato dalla carità e dall’amore verso il prossimo; egli nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952, si laureò in Giurisprudenza nell’anno accademico 1974/75, conseguì subito dopo una seconda laurea in Scienze politiche e si qualificò brillantemente al concorso per l’accesso in magistratura nel 1978. Il 24 settembre del 1979 viene assegnato presso la Procura della Repubblica di Agrigento ove per oltre otto anni svolge le funzioni di sostituto procuratore e da vita ad alcune tra le più importanti indagini che sveleranno i rapporti di interesse esistenti tra le famiglie mafiose, i gruppi imprenditoriali e i politici locali e nazionali attraverso lo studio e la ricostruzione dei movimenti bancari sospetti; in particolare nel giorno dell’omicidio il tribunale avrebbe dovuto decidere le misure da adottare nei confronti degli esponenti di spicco della Stidda che, grazie al proficuo lavoro del giudice Livatino, era stata portata alla luce in tutte le sue ramificazioni criminali connotate da particolare efferatezza.

La cultura della legalità

Questo triste anniversario ci pone di fronte ad alcune riflessioni imprescindibili ed improrogabili: ognuno di noi deve agire seguendo l’insegnamento e l’elevato senso di giustizia che fu del giudice Rosario Livatino affinché, ogni forma di criminalità organizzata, possa essere estirpata attraverso una proficua collaborazione sinergica tra i cittadini e le istituzioni che operano sul territorio con l’obiettivo di educare le giovani generazioni ad una cultura della legalità che condanni e soprattutto estirpi sul nascere qualsiasi forma di criminalità organizzata. Infine, nel cuore di ogni cittadino, deve risuonare il grido che Giovanni Paolo II rivolse ai mafiosi il 9 maggio 1993 nella Valle dei Templi di Agrigento: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”.

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