Repressioni e Covid: a Hong Kong torna la protesta

Il dibattito in Parlamento su una legge che potrebbe istituire il reato di vilipendio all'inno nazionale rianima un'istanza di democrazia mai sopita, nonostante il lockdown. E in altri Paesi, la disperazione è più forte della paura del contagio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:03

Ufficialmente sono solo ricominciate. Ma la sensazione (e forse qualcosa di più) è che in realtà le proteste della città di Hong Kong non si siano mai fermate del tutto. La pandemia le ha limitate, circoscritte, convertite in manifestazioni spot o semplicemente in raduni che manifestazioni non erano. Ma il malcontento della popolazione del “Porto profumato” non è stato fiaccato dall’avvento del coronavirus, né arginato, nella sua essenza più profonda, dalla lotta per la vita che la popolazione cinese ha per prima intrapreso dopo l’esplosione del Covid-19. Anzi, se possibile, la fase del lockdown e dell’astinenza forzata dalle grandi piazze ha rafforzato la spinta democratica e indipendentista della città. Specie in virtù di una posizione, come quella della governatrice Carrie Lam, che ha di fatto guadagnato consensi (presso il governo centrale) per la gestione dell’emergenza, rafforzandone automaticamente la presa su un governatorato che i manifestanti vorrebbero vedere rinnovato.

Protesta latente

Nessuna grande piazza ancora, qualche sporadico raduno (anche di qualche centinaio di persone) ma niente di paragonabile a quanto accaduto in autunno, quando il Viktoria Park accoglieva senza problemi cifre vicine al milione. Difficile ipotizzare uno scenario simile in un contesto ancora fortemente condizionato dalle criticità appena passate (e nemmeno del tutto). E’ anche vero, però, che se il dissenso di Hong Kong ha continuato a covare sotto la cenere, ben più esplicita sembra esser stata la politica di Pechino in merito alla crisi in città, operando diversi arresti (specie sul finire del mese di aprile) di persone sospettate di essere gli attivisti di punta della protesta: “Per strada le proteste sono andate avanti seppur a bassa intensità – spiegano dall’Ispi – anche durante la quarantena, soprattutto perché la polizia ha approfittato della calma per compiere degli arresti di attivisti di punta del movimento democratico abbastanza clamorosi”.

Vilipendio all’inno nazionale

E’ stata una ripresa graduale a Hong Kong, nell’impossibilità materiale di poter toccare i numeri di qualche mese fa, ma con un rinnovato slancio democratico che, ora come ora, si concentra su una battaglia che sta animando non poco la discussione in Parlamento. In molti casi degenerando, come accaduto nella giornata di ieri, durante il tentativo dei parlamentari filocinesi di far passare una legge che istituisce il reato di vilipendio all’inno nazionale. Una questione dibattuta a Hong Kong, e abbastanza sentita da creare in sede istituzionale un punto di rottura, specie in un momento in cui le piazze non possono ancora garantire il veicolo di sfogo delle istanze democratiche: “Da due settimane c’è uno stallo, in particolare dopo la presa di forza della presidenza da parte dei pro-regime”.

Restrizioni e repressioni

Va da sé che un’approvazione della legge porterebbe a un ulteriore surriscaldamento degli animi popolari il quale, nel periodo del coronavirus, si è concentrato soprattutto su manifestazioni circoscritte, quali commemorazioni o flash mob in alcuni centri commerciali. Senza considerare che, per quanto virtuoso sia stato il comportamento di Hong Kong durante i mesi di lockdown, un’eventuale istanza di massa contro l’amministrazione locale pro-Pechino (e contro Pechino stessa), significherebbe di riflesso accrescere oltremodo il rischio di contagio, in un momento in cui la stessa Cina continua ad avere a che fare con la pandemia. Un punto di rottura quello delle normative anti-Covid, disposte dalle autorità fino al 4 giugno e pretesto per una repressione violenta, alcuni giorni fa, di un sit in di un gruppo di studenti. Del resto, l’estensione dei divieti fino a quella data è stata vista dai manifestanti come un’ulteriore imposizione da parte di Pechino, poiché il divieto di assembramento vieterà per la prima volta in trent’anni la veglia per la strage di Piazza Tienanmen, l’unica autorizzata dal governo della Repubblica popolare.

Il caso Cile

Del resto, le normative anti-Covid non hanno fermato le istanze popolari di popolazioni già in difficoltà, alle quali il coronavirus ha assestato un definitivo colpo di grazia. E’ il caso di Paesi come il Cile, dove un nutrito gruppo di manifestanti ha impegnato le Forze dell’ordine alla periferia di Santiago, incappando in lancio di lacrimogeni e uso di idranti. Scene del tutto simili a quelle viste prima della pandemia, quando il Cile era stato sconvolto da un’ondata di proteste contro il rincaro dei prezzi che aveva di fatto messo alla fame la fascia più debole della popolazione cilena. Il coronavirus ha sparso sale sulla ferita, distribuendo sul territorio nazionale più di 46 mila casi e 478 morti, numeri che hanno spinto il governo ad adottare ulteriori restrizioni le quali, però, hanno finito per esasperare la popolazione. Riportandola in strada, come nei giorni più caldi della protesta, a dimostrazione di come le difficoltà di sostentamento siano una paura decisamente maggiore di quella del contagio. Uno scenario che rischia di estendersi anche ad altri Paesi.

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