Popoli indigeni, un grido d’aiuto contro il Covid

Le comunità autoctone dell'America latina chiedono tutela contro il rischio di etnocidio. La sfida della preservazione continua anche (e soprattutto) al tempo del coronavirus

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Forse mai c’è stato un vero periodo in cui le popolazioni indigene non siano state in qualche modo minacciate. E non solo per le vicende storiche che le hanno riguardate, quanto per quella insita fragilità che ne accompagna l’esistenza, specie ora che la società umana ha raggiunto gli anni Venti del Terzo millennio. Forse è un paradosso ma, più l’evoluzione dell’uomo avanza, a volte addirittura preceduta dallo sviluppo delle sue tecniche e del suo intelletto, più alcuni principi basilari regrediscono, fin quasi a scomparire in nome delle logiche deformate del progresso. La tutela dei popoli indigeni non fa eccezione: dall’America latina all’Africa, fino all’Oceano Indiano e gli atolli dell’Oceania, le popolazioni autoctone, specie quelle incontattate, sono esposte a un rischio comune a chi, con il  passare del tempo, ha visto ridursi fino all’osso il proprio spazio vitale, fin quasi a vederlo scomparire. Quello dell’estinzione naturalmente.

Diritto alla sopravvivenza

Logica vuole che, proprio in virtù delle loro caratteristiche, i popoli indigeni siano naturalmente esposti, ben più di altre etnie, al rischio di contagio, qualunque sia il morbo o il virus. Ancor di più se, a serpeggiare fra la quotidianità dell’uomo del Duemilaventi, è un male che ha dimostrato la sua forza e la sua letalità proprio nell’Occidente sviluppato. E, data l’importanza della sfida in atto, il pericolo maggiore è che proprio l’aver a che fare con la malattia nel nord del Pianeta vadano a chiudersi entrambi gli occhi sui contesti più fragili, già di per sé fin troppo spesso dimenticati o sacrificati a vantaggio di logiche di sviluppo che feriscono il rispetto della diversità e il diritto alla preservazione. E’ più o meno attorno a questo aspetto che si è concentrato l’appello arrivato da José Gregorio Diaz Mirabal, del Coordinamento delle organizzazioni indigene nel bacino amazzonico (Coica), il quale ha ribadito che “non ci sono dottori nelle nostre comunità, non c’è attrezzatura di prevenzione di fronte a questa pandemia (…) Non c’è supporto per il cibo”. Un quadro, quello amazzonico, non dissimile da quanto si manifesta in altre aree del pianeta, dove popolazioni autoctone, ancestralmente legate alla propria terra, devono far fronte come gli altri alla pandemia e ai rischi connessi.

Un gruppo Baka

Popoli fragili

In un simile contesto, entrare in contatto con tali popolazioni produrrebbe l’effetto di esporle ulteriormente alla possibilità di un contagio che, quasi certamente, sarebbe letale. In particolare per quelle etnie che, finora, non hanno mai interagito, se non in modo estremamente limitato, con il mondo esterno. Popolazioni che esistono, magari apparse solo in sporadiche istantanee ma che, nel cuore delle loro foreste, come gli Awà dell’Amazzonia, o sulle loro isole, come i Sentinelesi delle Andamane. A lanciare l’allerta, in questo senso, è Survival International, movimento mondiale per la protezione dei popoli indigeni: “Proteggere le terre indigene nel mondo – avverte – è fondamentale per prevenire la morte di migliaia di indigeni per coronavirus. Sebbene oggi l’intero pianeta comprenda quanto possano essere pericolose le malattie nuove, il presidente del Brasile Bolsonaro sta incoraggiando attivamente i missionari a raggiungere le tribù incontattate in Amazzonia, che non hanno difese immunitarie contro le malattie provenienti dall’esterno”.

Rapporti uomo-foresta

Un’allerta che dà il peso di quanto la fragilità di questi popoli renda necessaria un’azione di tutela che, innanzitutto, risiede nella preservazione dei loro luoghi natii, dei quali sono peraltro i principali custodi: “Questo tipo di interazione uomo-foresta – aveva raccontato a Interris.it Fiore Longo, antropologa e ricercatrice di Survival – non ha solo consentito a questa popolazione di sopravvivere ma anche di mantenere inalterato l’ecosistema di questi ambienti, ad esempio preservando alcune specie di piante o mantenendo competenze superiori a quelle di qualsiasi ricercatore sulle specie animali e vegetali che li abitano”. Una logica non sempre seguita dalla Comunità internazionale, troppe volte assente nelle opere di tutela a favore di popoli fragili, come i Baka del bacino del Congo, allontanati dalle proprie foreste, o i Kawahiva del Mato Grosso, in Brasile. Al momento, ha riferito Survival, “tra i popoli indigeni del Brasile sono due i casi di coronavirus confermati, tra cui un decesso. Si tratta di una donna del popolo Borari”.

Preservazione necessaria

Numeri che appaiono bassi ma che, per persone del tutto estranee a contagi con virus come quello portatore dell’attuale pandemia, assumono proporzioni di ben maggiore portata. Secondo quanto affermato ancora da José Gregorio Diaz Mirabal, il rallentamento delle attività in Brasile non ha impedito ai taglialegna di continuare illegalmente a invadere le foreste, esponendo le comunità indigene (in particolare quelle incontattate, le più fragili) a rischi enormi di contagio. La parola d’ordine comune è dura, straziante al solo sentirla pronunciare: etnocidio lo chiamano, lo spettro che la malattia fa volteggiare sopra di loro. Un appello implicito a tener conto della preservazione dei loro luoghi natii, questo sì il vero mantra. Ora e anche dopo. 

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