Pecorari (Sant’Egidio): “Regaliamo il Natale a chi non potrebbe festeggiarlo”

L’intervista di Interris.it a Francesco Pecorari, volontario della Comunità di Sant’Egidio

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Donare il calore e l’affetto del Natale a centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, dall’Italia agli altri continenti, dal Guatemala e dall’Argentina fino all’Indonesia e alle Filippine passando per la Costa d’Avorio e il Magadascar. E’ l’obiettivo solidale della campagna “Aggiungi un posto a tavola” lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio, da oltre mezzo secolo al fianco degli ultimi della società in tutto il mondo. Con un sms o una telefonata da rete fissa e una donazione, chiunque può – fino al 27 dicembre – donare un pasto caldo e un regalo a 80mila persone in Italia e 240mila tra Europa, Americhe, Asia e Africa. Un Natale solidale e inclusivo grazie anche al ritorno al tradizionale pranzo del 25 dicembre nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, saltato lo scorso anno per via delle misure di contenimento della diffusione del Coronavirus. Su queste e altre iniziative della Comunità di Sant’Egidio Interris.it ha intervistato il volontario Francesco Pecorari.

L’intervista

Come sono cambiati la dimensione del fenomeno della povertà e i profili delle persone in stato di bisogno?

“Il Coronavirus segna un momento in cui ci sono un ‘prima’ e un ‘dopo’ e la pandemia ha colto tutti di sorpresa, ci troviamo tutti sulla stessa barca e ne usciremo tutti insieme. Alcuni si trovano però su barche più malmesse. Basti pensare che è triplicato il numero di pacchi alimentari che abbiamo distribuito dall’inizio della pandemia e, nello stesso periodo, è raddoppiato fino a oltre un milione quello dei pasti distribuiti tra le nostre mese e le cene itineranti. Adesso si rivolgono a noi sono spesso famiglie con un solo reddito che non basta a coprire tutte le spese per arrivare a fine mese, hanno sì un tetto sopra la testa me a causa della pandemia e quello che ne è conseguito si trovano di fronte a una scelta drammatica, se pagare le bollette o comprare da mangiare. Prima magari con una certa ‘creatività’ riuscivano ad arrivare alla fine del mese, la pandemia ha reso ora visibile una ferita che prima non era percepita”.

Come si è svolta in questo complesso e delicato periodo l’attività dei cooperanti della Comunità di Sant’Egidio?

“I volontari sono attivi tutto l’anno ed eravamo preparati con rete diffusa sul territorio, fatta di mense e punti di distribuzione del cibo, che ha saputo allargarsi per accogliere le persone in difficoltà. Abbiamo provato a rispondere a una richieste aumentata esponenzialmente, a Roma i centri per distribuzione dei pacchi alimentari sono passati da tre a trenta. Abbiamo anche osservato una maggior solidarietà da parte dei cittadini, tante persone che hanno scelto di aiutare e di rendersi utili anche semplicemente coi i vicini di casa”.

Tra le iniziative della Comunità di Sant’Egidio è nota quella del pranzo di Natale a Trastevere, a Roma. Quest’anno avete lanciato la campagna “Aggiungi un posto a tavola”, quale obiettivo vi ponete?

“Vogliamo regalare il Natale, con il suo calore e affetto, a chi non lo potrebbe festeggiare altrimenti, i poveri e quelle persone che magari sono sole durante le feste.  Per farlo, basta mandare un sms o fare chiamata da rete fissa donando dai due ai 10 euro per poter sostenere i vari pranzi di Natale a Roma, in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese vogliamo raggiungere 80 mila, e a livello globale 240mila, con un pasto caldo importante: antipasto, primo, secondo e dolce. Ma anche un regalo personalizzato, con il nome della persona scritto sulla confezione. Col contributo dei vaccini vaccini si sta tornando a una certa regolarità nella vita e questi ci permetterà, speriamo, di organizzare il pranzo di Natale in presenza con i poveri e le persone senza fissa dimora nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, sempre rispettando le limitazioni nel numero dei presenti, le misure di distanziamento e in generale tutte quelle di contenimento del virus”.

 

A proposito dei vaccini, come procede l’attività dell’hub vaccinale a San Gallicano, nel cuore di Trastevere?

“Il centro di vaccinazione, inaugurato con il commissario straordinario all’emergenza Figliuolo, si rivolge alle persone socialmente fragili ed è un’iniziativa lungimirante perché oltre a raggiungere chi non aveva accesso al vaccino, consente di re-immettere nella rete sanitaria delle persone che non ricevevano visite mediche da anni. E’ una doppia protezione, loro non corrono il rischio di ammalarsi né quello di far ammalare gli altri. Inoltre entrano nel circuito della Sant’Egidio, ricominciando dei percorsi di vita, di reintegrazione e ricevendo aiuto alimentare”.

La vostra guida Dove mangiare, dormire e lavarsi raggiunge quest’anno la sue trentaduesima edizione. Ce la può illustrare?

“E’ la ‘guida Michelin’ per i poveri. Così chi vive in strada può andare a mangiare un pasto caldo, fare una doccia, pulire i propri indumenti con una lavatrice e trovare un tetto caldo per affrontare l’inverno. Le caratteristiche di questa guida sono che non è un ‘semplice’ elenco steso dalle istituzioni ma un indirizzario di luoghi che cambia ogni anno in base alle indicazioni che ci danno proprio le persone in difficoltà, segnalando quei posti dove si sono trovati meglio”.

Nelle ultime settimane abbiamo avuto notizia di persone senza fissa dimora che purtroppo perdono la vita per le condizioni in cui si trovano quando arriva il freddo e le temperature si abbassano molto. Qual è la vostra risposta a questo problema?

“Recentemente nei pressi della stazione di Roma Termini è morto un giovane che avevamo conosciuto durante la distribuzione dei pasti itineranti. L’inverno arriva ogni anno eppure sembra sempre che colga tutti di sorpresa, che nel 2021 ci sia ancora chi muore di freddo a Roma ci ferisce e ci preoccupa. Noi ci siamo attrezzati aprendo dei centri dove mangiare un pasto caldo e dormire, due anni fa ci è stato dato in gestione il Centro di accoglienza notturna e diurna a Palazzo Migliori, vicino al colonnato di San Pietro, per ricevere le persone senza fissa dimora. Ma c’è ancora molto da fare per quanto riguarda il problema degli alloggi, la riconversione degli spazi e il riutilizzo degli edifici abbandonati”.

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