“Nei monasteri c’è sempre un piatto di minestra per il povero”

Intervista di Interris.it su monachesimo e carità a padre Gaetano Saracino, missionario scalabriniano: "In uno spirito di contemplazione abazie, eremi e certose sono nel cuore stesso della Chiesa"

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Foto © Gerald Herbert per AP

Da secoli nelle certose la fede si pratica più di quanto si predica. Sono i luoghi consacrati alla catechesi silenziosa della carità e all’evangelizzazione dei gesti che passano dai refettori delle abazie e delle certose. Qui i poveri trovano sempre un piatto di minestra e l’apostolato della prossimità. “Nel cammino della mia formazione personale ho attinto molto alla spiritualità monastica, vero e proprio patrimonio della fede e della vita apostolica della Chiesa– spiega a Interris.it padre Gaetano Saracino, missionario scalabriniano-. La frequentazione di monasteri e abazie, fin da bambino con la mia famiglia e anche dopo, mi ha sempre interessato perché più di ogni altra realtà in questi luoghi mi è stato possibile scorgere il tempo e l’eterno, il mistero e la storia non come opposti ma come dimensioni che convivono e costituiscono l’esistenza de “l’uomo vivente, gloria di Dio’, come insegna Sant’Ireneo. Da bambino non formulavo, certo, pensieri in questi termini ma di sicuro questi pensieri attingono a quello che ho vissuto allora e anche dopo”.

Nei secoli i monasteri e i luoghi di spiritualità sono stati anche roccaforti per la popolazione in tempi di pestilenze, carestie e guerre. È il Vangelo della carità?
“La vita monastica in occidente, come è noto, nasce attorno alla Regola di Benedetto da Norcia e si sviluppa in diversi rami che prendono il nome dalle Abazie che inviavano i propri monaci in altri luoghi da essa dipendenti. La regola benedettina è il ‘collante’ del movimento monastico occidentale, le tradizioni, invece, assumono caratteri diversi per motivi spirituali, storici e geografici. Ad un certo punto, ad esempio, quella che era la tradizione di abitare luoghi piuttosto in alto e isolati, viene rotta da un gruppo di monaci che vanno ad abitare pianure e territori inospitali e incolti, da bonificare e dissodare. È l’esperienza dei Cistercensi”.

E’ una lezione di spiritualità ancora attuale?
“Se un certo immaginario vuole relegare la vita monastica in roccaforti intese come luoghi impervi (in alto) e inaccessibili (isolato) tesi a favorire la solitudine e la separazione dal mondo, dovrà ricredersi dinanzi all’evidenza che vede questi luoghi, ieri come oggi, e con essi la vita monastica, non come una fuga mundi ma come un immersione nel mondo, più di quanto non si creda, fatta attraverso il cuore di Dio cercato nel silenzio della preghiera e nella fatica quotidiana. Non ci dilunghiamo nel dibattito manicheo ma in una ‘operazione verità’, assieme alle notizie storiche derivanti dalla presenza di questi luoghi in tutta Europa, si dovrà ammettere che corrono anche altre informazioni di pubblica evidenza che vedono la vita e il movimento monastico, pur nel rispetto della sua peculiarità (la preghiera), presente nel mondo (il lavoro)”.

Foto © Vatican Media

Come si conciliano preghiera e carità?
“La prima forma di carità si ritrova proprio nel servizio offerto al mondo. Non un’egoistica ricerca di Dio ma una preghiera incessante perché l’anima abitata da Dio generi, a sua volta, Dio nel mondo. Il bello, la ricerca, le scoperte, le invenzioni, i sistemi, i metodi … le ricette, ma anche l’amalgama tra la cultura greco-romana e quella dei popoli del nord Europa, costruite e partorite nei monasteri sono stati offerti al mondo e costituiscono, checchè se ne dica, la base di una cultura occidentale”.

Quindi non è alienazione dal mondo…
“Tutt’altro. Pur anticipando di gran lunga la cultura industriale, pur non essendo esposto a leggi di mercato né a quelle della speculazione materiale, nel movimento monastico globale è possibile, eccome, rintracciare il Vangelo della carità nel bene e nel benessere fiorito attorno ai luoghi delle abazie. La distribuzione di minestre e di prodotti utili per la sopravvivenza in tempi di criticità particolari non sono mai mancati; tuttavia, sarebbe riduttivo confinare a questo la loro opera. A mio avviso il loro distintivo è prettamente evangelico e, oserei dire, centrale del Vangelo, proprio nell’aver messo a servizio dell’uomo il bene per l’uomo, così come è istruito nel Vangelo (gesta et verba): tramandare un ‘sapere multiverso’ senza trascurare le opere di misericordia corporali dalla distribuzione del cibo, all’accoglienza del pellegrino, dal ricovero del malcapitato alla cura dell’anima e del corpo (in senso letterale)”.

Quali sono i modelli evangelici?

“Nella vita monastica mi sembra di vedere la ‘settimana nascosta’ della parabola del Samaritano-buono. In essa si legge che dopo aver raccolto per strada e ricoverato in una locanda il malmenato, promette di tornare e intanto va ad adoperarsi perché su quella strada non accada più nulla del genere a nessuno. Nel Vangelo nulla è lasciato al caso: un lasso di tempo non può essere ‘ozioso’. Allo stesso modo per i monaci: il loro tempo ‘non in mezzo’ al mondo non è indifferente alle cause ‘del’ e ‘per’ il mondo, implorate secondo il volere di Dio”.

 In questa pandemia di coronavirus la testimonianza di fede è stata anche aiuto ai sofferenti. È una storia che si rinnova?
“La vita dei fedeli e le organizzazioni sorte nell’ambito della fede (la Chiesa) spesso sono state identificate come ‘l’ambulanza della storia’. Oggi più che mai questo approccio fa comodo e, in qualche modo, ha finito per inglobare anche la Chiesa tra le Ong che si occupano di crisi umanitarie. Se da una parte si aprono occasioni di dialogo e di partneriati con il mondo, dall’altra si ignora la sua origine trascendente. Anche in occasione del covid-19, la testimonianza operosa dei fedeli non è venuta meno; e sebbene anche in questa circostanza il loro adoperarsi non sia stato finalizzato a marcare il distintivo della fede, non è cosa da poco identificarne la sorgente”.

Cosa ci ha insegnato l’emergenza sanitaria?
“Le azioni rivolte soprattutto verso l’umanità sofferente nascono dal fatto che la fede non è un insieme di verità confezionate a cui aderire ma è essenzialmente un essere stati feriti da qualcosa. La fede nasce come una ferita e non come una conoscenza di cose e contenuti. E spinge a fare. Essa è un’esperienza che chi la professa avverte sulla sua pelle e, a sua volta, la condivide con la stessa dinamica:’fai agli altri quello che è stato fatto a te’. In questo non si ripete solo la storia (intesa come la successione degli eventi) ma il cammino stesso della fede, in un tempo e in un’epoca in cui gli uomini stanno facendo di tutto per escludere dalla storia il suo sguardo illuminante”.

Può farci un esempio?
“Emblematica a mio avviso è stata l’esperienza del 27 marzo scorso in piazza San Pietro, in occasione del ‘momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia’. L’appello rivolto dal Papa al mondo non è stato quello di una imposizione ma di una evidenza. È come se avesse chiesto: sic stantibus rebus, qualcuno ha una soluzione? Nell’assordante silenzio non c’è stata risposta; e lì sono risuonate le parole di Francesco: “l’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza, una fede che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te”. Come non ricordare in questo la vita dei monaci chiamati a custodire e a tramandare il sapere ma anche a confrontarsi con un mondo da sempre alla ricerca di migliori sistemi e soluzioni per la vita?”.

Quale legame ideale è possibile rintracciare con la spiritualità del monastica?
“A mio avviso, attraverso la sua stessa esistenza, il monachesimo annuncia come il Signore non salva contro o in concorrenza alla ragione umana, ma ne sostiene il corretto esercizio, non rimedia alla nostra irragionevolezza, ma aiuta la nostra saggezza. In questo la storia si ripete. Di questo il monachesimo è preziosissimo e caritatevole custode”.

I certosini, le abazie, le serre sono un polmone di carità oltreché di preghiera?
“Ogni anno da bambino, per diverso tempo eravamo soliti con la mia famiglia fare visita alla Certosa di Trisulti (nel comune di Collepardo, in provincia di Frosinone). Entrammo in simpatia anche con un monaco che potevamo incontrare solo nell’atrio della certosa, destinata ad accogliere alcuni visitatori nelle ore pomeridiane. Appresi che la loro osservanza monastica, oltre ai valori comuni della vita monacale (il silenzio, il lavoro, la povertà, la castità, l’obbedienza, l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera,) ha anche alcune caratteristiche proprie come la vocazione alla solitudine, attorno alla quale prende vita il vissuto personale e comunitario degli abitanti claustrali. Non proprio un ideale per un ragazzino che pensa di entrare in Seminario. Ma la ‘pace’ di quel monaco ci sorprendeva e ci attirava”.

Cosa le è rimasto di quell’esperienza?
“Sebbene non sia stata quella la mia strada, ho avuto modo di apprendere come l’impostazione di ogni Certosa ruota attorno a degli statuti che identificano bene questa solitudine; ho potuto gustare come un Certosino sceglie la solitudine non come un fine, ma perché in essa vede un mezzo per giungere ad una più grande unione con Dio e con tutti gli uomini. Una ‘relazione’, presupposta ad una carità operosa, non c’è nel senso materialmente inteso ma non è da meno quella che si attiva attraverso una comunione spirituale e si realizza proprio dimorando nel profondo del proprio cuore: cercando Dio in quella solitudine, il solitario certosino diventa, presente ad ogni uomo. Anzi è solitario perché vuole essere in comunione”.

Come sono in collegamento sperdute abazie e il resto della Chiesa?
“In uno spirito di contemplazione essi sono nel cuore stesso della Chiesa. In questo, a mio avviso, danno respiro alla comunità ecclesiale attraverso la glorificazione di Dio. E questa non è solo una scelta ma anche un compito che la Chiesa assegna loro: adorare Dio, lodarlo, contemplarlo, lasciarsi sedurre da lui, donarsi a lui a nome di tutti gli uomini; e, a nome di tutti, pregare incessantemente”.

 Nel messaggio per la Giornata mondiale dei Poveri papa Francesco ha evidenziato che “il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. È vero il contrario: la benedizione del Signore scende su di noi e la preghiera raggiunge il suo scopo quando sono accompagnate dal servizio ai poveri”. Nella sua esperienza è così?
“La preghiera per il monaco, e per ogni battezzato, è una peculiarità e non un fregio, una necessità e non un distintivo. Nelle parole del Papa si potrebbe mettere in evidenza la mai doma contrapposizione tra la contemplazione e l’azione, derivata dalla mentalità dell’aut aut con cui noi siamo soliti approcciare il reale. In una mentalità dell’insieme, invece, l’et et, la coesistenza della preghiera e del servizio, è possibile. Anzi. Nella loro relazione vive il circolo virtuoso attraverso il quale l’uno sostiene l’altro, l’uno misura l’altro. Nella mia esperienza, vedo la loro coesistenza in un dinamismo critico, al quale segue una sintesi”.

Quali sono gli ostacoli?
“Una criticità dinamica è sicuramente costituita dall’approccio al servizio come ad un fare fine a sé stesso. A pensarci bene, due mani per fare qualcosa ce le hanno tutti e tanti, anche al di là della fede, fanno qualcosa per gli altri, anche gratuitamente. Umanamente i compagni di viaggio ‘del fare’ non mancano. La persona di fede, e un pastore in particolare, hanno, invece, il compito di far scendere la benedizione di Dio in quel fare, di purificare i desideri, rassodare i progetti e consolidare le intenzioni secondo Dio, in tutto quello che fanno”.

Aiutare il povero equivale a pregare?
“Ad affinare l’azione ci pensa la preghiera ma il pio desiderio di rivolgersi a Dio, altra criticità dinamica, al netto della felicità e della gioia di stare dinanzi a Lui, porta con sé anche forme di indugio che trascurano il fratello che vedo, e che versa in un bisogno, per temporeggiare dinanzi ad un Dio che non vedo. Nella mia povera esperienza mi sono accorto che, affinché la preghiera non sia una vana implorazione a Dio perché scenda verso di me, Dio stesso, costantemente, mi mette dinanzi un’azione di servizio da compiere nei poveri perché io possa crescere e innalzarmi verso di Lui”.

In cosa si differenzia un monaco?
“La barriera del monaco proprio perché nella solitudine, è sé stesso, la sua fragilità; lo sono i pensieri inutili e fuorvianti. Il servizio caritatevole del monaco è, innanzitutto, verso quella povertà umana che tutti abbiamo e che Lui, proprio perché dinanzi all’assoluto di Dio, avverte maggiormente. All’uno e all’altro, comunque, al di là dei meriti, è sempre Dio che offre l’opportunità di farsi trovare. Questo il mio ora et labora che un mio collega in ginnasio tradusse in ‘e ora, lavora!’”.

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