La Ferrara a Interris.it: “Così alla Bocconi sfidiamo la povertà”

Intervista di Interris.it all'economista Eliana La Ferrara, direttore scientifico del laboratorio che elabora strategie contro la povertà

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“E’ facile sentirsi impotenti pensando al numero di persone nel mondo che non riescono a soddisfare le più elementari necessità.La povertà è un problema complesso. La povertà è un problema complesso ma può essere affrontato”, spiega a Interris.it la professoressa Eliana La Ferrara, titolare all’Università Bocconi di Milano della Cattedra Invernizzi in Economia dello Sviluppo Università. E’ direttore scientifico del Laboratory for Effective AntiPoverty Policies (Leap) che si occupa di contrasto alla povertà.

Contro la povertà

Dopo la laurea in Scienze economiche e sociali alla Bocconi e il dottorato di ricerca ad Harvard, l’economista Eliana La Ferrara ha condotto importanti ricerche su tematiche relative allo sviluppo e al ruolo di fattori politici e sociali in economia. I suoi suoi studi scientifici sono stati pubblicati nelle più prestigiose e autorevoli riviste specialistiche come The Quarterly Journal of Economics, American Economic Review, American Economic Journal. Ha ottenuto inoltre numerosi riconoscimenti dallo European Research Council (Erc) e dalla Commissione Europea. E’ stata presidente della European Economic Association. Professoressa, è possibile ridurre la povertà attraverso la progettazione, l’analisi e la diffusione di efficaci interventi?

“La mia risposta è sì.  Credo sia possibile affrontare il problema individuando poco per volta fattori specifici che concorrono a causare la povertà. Per poi progettare interventi mirati a intervenire su quei fattori. Questi interventi vengono poi valutati attentamente per comprendere se funzionano e, soprattutto, perché. Così nasce la ricerca che io e i miei collaboratori mettiamo a punto e analizziamo”.Come precedete?

“Prima ci concentriamo su un problema specifico affrontato dalle persone che vivono in paesi in via di sviluppo. O che hanno pochi mezzi pur vivendo in paesi sviluppati. Per esempio la bassa produttività dell’agricoltura. Le scarse possibilità di istruzione. L’assenza di strumenti per risparmiare e investire. La discriminazione di genere o per colore della pelle”.E a quel punto?

“Studiamo interventi di policy che, in base alla teoria economica, potrebbero avere impatto in questo specifico campo. E li progettiamo in modo che sia possibile valutarne l’efficacia attraverso raccolte dati e analisi statistiche. Una volta che l’intervento viene valutato scientificamente, se ne conoscono i costi e i benefici. Quindi i governi o le istituzioni possono decidere se implementarlo in scala”.La pandemia rende ancora più necessario pianificare strategie per combattere la povertà?

“La pandemia ha avuto e avrà costi enormi non solo per le economie industrializzate. Ma anche per i paesi a basso reddito. Da un lato, il calo della domanda. Nei paesi colpiti da una riduzione dell’attività economica ciò ha gravi ripercussioni. Parlo di una filiera che sempre più include prodotti e lavoratori nei paesi emergenti”. E dall’altro lato?

“Soluzioni che sono percorribili nei paesi ricchi sono molto più difficili in contesti dove non lavorare per qualche giorno significa non avere nulla da portare sulla tavola. Mi riferisco al distanziamento sociale, allo smartworking e al lockdown”. Quali interventi sociali ritiene utili?

“Anche nel contesto della pandemia si possono attuare interventi importanti per la riduzione della povertà. Per esempio in Italia abbiamo progettato una rete di tutor online che ha aiutato e aiuterà anche quest’anno gli studenti delle scuole medie. Sono studenti che hanno difficoltà a seguire la didattica online o per via dei mezzi tecnologici o per l’impossibilità della famiglia di aiutarli”.Come è nato il laboratorio scientifico da lei diretto?

“Il laboratorio Leap (Laboratory for Effective Anti-poverty Policies) dell’Università Bocconi è nato dall’esperienza. L’esperienza mia e degli altri docenti affiliati, di progettazione e valutazione di interventi per la riduzione della povertà. Grazie al contributo della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi abbiamo potuto creare un laboratorio. Una realtà accademica in grado di raccogliere i progetti e le capacità dei ricercatori coinvolti. E li connettesse con governi e enti di cooperazione internazionale. Proponendoci come partner per valutare scientificamente le politiche e gli interventi studiati”.Quali sono i vostri obiettivi in questa situazione di emergenza sanitaria  sociale globale?

“Un importante obiettivo di Leap è quello di stabilire una rete di partnership tra ricercatori e policy maker. Ciò per assicurare a chi si occupa di povertà di accedere a chi può offrire valutazioni di impatto rigorose. Affinché questa interazione possa aiutare le scelte”.Può farci un esempio?

“Per esempio abbiamo collaborazioni con la Banca Mondiale, Action Aid, Save the Children, Unicef e altri importanti partner. Inoltre, Lap si propone di coinvolgere nel processo di ricerca anche studenti di master e di dottorato. Contribuendo così a formare giovani che in futuro potranno continuare a contribuire alla lotta alla povertà”.La pandemia è per voi un ostacolo?

“La situazione di emergenza rende il lavoro di Leap più difficile e nello stesso tempo più importante. Le limitazioni ai viaggi e in generale il distanziamento sociale rendono più complicate sia la pianificazione sia l’implementazione e le raccolte dati effettuate intervistando i destinatari dei progetti. D’altro canto però la pandemia e il lockdown hanno reso ancora più impellente il rafforzamento di politiche che possano alleviare la povertà”.In che modo si può valutare scientificamente l’impatto delle politiche anti-povertà?

“Vi sono diversi metodi di valutazione d’impatto. Uno dei più utilizzati a livello internazionale da chi si occupa di sviluppo economico è quello dei ‘randomized controlled trial’ Come ci insegnano i più recenti premi Nobel per l’Economia, si può adattare alle scienze sociali il metodo che viene usato in medicina”.Di cosa si tratta?

“E’ il sistema per testare se un nuovo farmaco o una nuova terapia sono efficaci. Se si hanno i fondi per somministrare il trattamento a 100 persone, se ne individuano 200 in condizioni simili di bisogno e lo si offre solo a metà, scelti casualmente”. Poi?

“Tutte e 200 le persone vengono intervistate prima e dopo l’intervento, e vengono raccolti i dati di implementazione. La valutazione viene poi fatta confrontando chi ha ricevuto l’intervento con chi non lo ha ricevuto. Se l’intervento ‘funziona’, si implementa su tutta la popolazione. Altrimenti, ci si interroga sul perché non abbia funzionato e su come correggerlo affinché funzioni. Oppure si cerca un’approccio completamente diverso e si verifica l’efficacia del nuovo approccio”.Cosa vi guida?

“In ogni caso la scelta del tipo di intervento da proporre è guidata da ciò che in base alla teoria economica appare più adeguato a un dato contesto. E dall’evidenza empirica disponibile da studi precedenti. Il processo è lungo ma anche stimolante e ricco di soddisfazioni”.

 

 

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