Bimbi abortiti volontariamente, la testimonianza dei genitori che hanno chiesto il seppellimento

L'esperienza della Comunità Papa Giovanni XXIII che ha scelto di farsi prossimo dei bambini morti prima di nascere e dei loro genitori

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:04

Da oltre vent’anni la Comunità Papa Giovanni XXIII ha scelto di farsi prossimo dei piccoli che muoiono prima di nascere e dei loro genitori. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere il numero di chi ci contatta per avere informazioni e sostegno nel percorso che porta al seppellimento di un figlio/a abortito/a volontariamente. “Adesso che so dove riposerà sono più serena!”. E’ quello che mi ha detto Lucia, con gli occhi pieni di lacrime, poco dopo aver lasciato l’Agenzia di pompe funebri alla quale aveva deciso di affidare l’ultimo saluto rivolto al piccolo/a che ha portato in grembo per quattro mesi. Daniele e Lucia (nomi di fantasia) avevano desiderato tanto quella gravidanza e questo ha accresciuto enormemente il dolore derivato dalla scelta di interromperla. Il nostro coinvolgimento è arrivato tramite il passaparola; grazie alle esperienze passate, abbiamo potuto accompagnarli nel non semplice ma necessario percorso burocratico, sia in Ospedale che negli altri Uffici competenti.

Una storia simile l’ha vissuta Carla che era passata dalla grande felicità di sapersi mamma a subire le pressioni del compagno fino a scegliere di rinunciare alla maternità iniziata sedici settimane prima. Poi le sono bastate poche ore per cadere in un profondo senso di vuoto; poterle/gli dare la sepoltura che meritava è stato l’elemento decisivo che l’ha distolta dal pensiero di togliersi la vita. Ha lasciato il compagno ed è ritornata dalla sua famiglia di origine lasciandoci la disponibilità ad incontrare coppie/mamme che si trovino a quel tragico bivio e a cui raccontare il suo percorso perché, dice: “Se avessi potuto parlarne con qualcuno forse, ora, quel figlio sarebbe tra le mie braccia”.

Facendo riferimento al DPR 285/90, art.7, hanno potuto chiedere il seppellimento di questi piccoli; in entrambi i casi hanno scelto di occuparsi loro stessi del funerale. “Adesso che so dove riposerà sono più serena!” è solo un tentativo di risposta alla domanda di senso che questi ed altri genitori si sono sentiti nascere dentro ma, l’unica cosa che vorrebbero veramente, è riuscire a perdonarsi per un aborto volontario o, cosiddetto, “terapeutico”.

Lucia, Daniele, Carla come tanti altri altri genitori hanno voluto tenere tra le mani l’urna quasi cullandola, per tutto il tempo delle esequie e fino al momento della sepoltura. In quei momenti ho visto i loro visi distendersi nonostante il pianto; un pianto che vorrebbe lenire il dolore procurato da una decisione che non dimenticheranno. Una decisione che chissà se, potendo tornare indietro, sarebbe la stessa ma, intanto, prendersi cura delle spoglie di quel figlio/a diventa un modo concreto per permettere a sé stessi di rimettersi in contatto con la genitorialità rifiutata.

Ma perché un padre ed una madre dovrebbero voler seppellire un figlio/a a cui hanno negato il diritto alla vita? Basterebbe l’importanza, la complessità dei temi in gioco a dire che ogni risposta rischia di essere superficiale o, almeno, riduttiva. Non di meno è una domanda che è difficile non porsi, se non altro per provare a capire se ci sia una via che può prevenire il ripetersi di situazioni così dolorose.

C’entra il fatto che, a volte, si resta vittime di un certo conformismo di massa e per andare contro corrente occorrono motivazioni profonde e salde. Concausa è una certa banalità che permea il linguaggio, l’ambiente culturale in cui ci muoviamo e che induce a mettere sullo stesso piano il diritto alla vita con la disponibilità ad accoglierla. Certamente c’entra quell’ombra di morte che da decenni si è infiltrata ad arte nella politica, nella cultura ed è già parte dei programmi scolastici, che porta le nuove generazioni a credere che la popolazione mondiale sia numericamente eccessiva e dannosa per il pianeta. Un presupposto che modifica la scala di valori fino a rendere l’essere umano subalterno a valori quali l’ecologismo, la qualità della vita, il progresso scientifico arrivando a darsi “ottime” giustificazioni per la compra-vendita di bambini e dei loro organi, fin dal seno materno.

Quei genitori che tentano di urlare il dolore di aver ceduto a quest’aria di morte che si maschera da pietismo, da buon senso, da un amore più grande, chiedendo almeno il rispetto per quel che resta del loro bambino/a, tante volte sono come una pianta che buca l’asfalto laddove non te l’aspettavi e nonostante tutto parla di vita.

Alla fine viene da chiedersi: chi porta la colpa e chi il peso di tutto questo? Sono la stessa persona oppure, per ognuna di queste storie c’è più di una vittima? E mi riferisco in particolare alle mamme in quanto donne e, come tali, è facile che restino ferite più intimamente e più a lungo.

Quasi a riprova di tutto questo, c’è un bene che chiede di essere conosciuto e condiviso: sono le persone che si sono mosse a pietà per queste vite spezzate così presto e per le lacrime che rigano i volti. Sono persone che si sono mosse a compassione e hanno prestato il loro servizio con tenerezza, professionalità e, a volte, gratuitamente. E noi che abbiamo scelto (o forse siamo stati scelti), per calpestare il benedetto suolo della vita nascente sentiamo tanta gratitudine nei confronti del Signore che, nonostante tutto, tiene fede al suo progetto d’amore mentre, presi da chissà quali paure e illusioni, ci allontaniamo da lui per ergerci noi stessi a dio.

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