La proposta Meloni sull’utero in affitto e la situazione nel resto del mondo

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Come si apprende dalle agenzie di stampa e da molti (ma non tutti) i giornali, la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha annunciato che la sua proposta di legge “per rendere l’utero in affitto reato universale” ha iniziato il suo iter parlamentare alla Camera dei deputati. Secondo la sua convinzione: “la maternità surrogata è la forma di schiavitù del terzo millennio, che umilia il corpo delle donne e trasforma i bambini in una merce. Mi auguro che tutte le forze politiche, al di là degli schieramenti e delle posizioni, vogliano condividere con noi questa battaglia di civiltà”.

Non si può non essere d’accordo su questa impostazione, dal momento che prevede sia la condanna di questa pratica indegna, sia la salvaguardia della dignità della madre e del bambino. Certo, non può che provocare disagio e tristezza la costatazione che si debba ricorrere ad una legge repressiva, a fronte di una pratica indegna e impensabile in Paesi cosiddetti civilizzati.

Già rappresentanti di altre forze politiche, soprattutto donne (ahimè, come se fosse solo un loro problema …), si sono fatte avanti per sostenere questa battaglia parlamentare. Questa proposta non è di destra o di sinistra, è una battaglia culturale, che va combattuta con la forza delle idee buone e con la convinzione di riuscire a cambiare questo orribile trend. Molte associazioni nazionali e internazionali si stanno muovendo: bisogna continuare senza il timore di essere piccole gocce in un mare di indifferenza.

Dietro l’utero in affitto si nasconde, purtroppo, un business di enorme proporzione, che non guarda certo né agli attori in gioco, né alle questioni morali, ma solo al guadagno di gente criminale capace di organizzare nei dettagli questo commercio di corpi (e di anime). All’inizio erano le nazioni povere, soprattutto in Pakistan e in India, a rappresentare il “mercato” più economico per mercificare il corpo delle donne povere, e soddisfare così i desideri di quelle ricche. Oggi purtroppo anche gli Stati Uniti vedono accrescere il numero delle donatrici surrogate, che ovviamente costano di più. In questi casi si inizia giustamente a parlare di eugenetica, di mercato che offre una gamma ricca di bambini “prefabbricati” con la scelta di caratteri fisici (occhi, colore dei capelli, ecc) capaci di attrarre sempre di più le esigenze e i desideri dei compratori. Alla stregua di una casa, di una automobile… Cambiare questa mentalità risulta spesso difficile, ma necessaria.

Soltanto in India il mercato della maternità surrogata è stimato intorno ai 2,3 miliardi di dollari, ma nei 16 Paesi in cui questa pratica è legale (Stati Uniti, California in modo particolare, Ucraina, Russia Georgia ed altri) il boom di questa industria della surrogazione commerciale vede cifre miliardarie aumentare a dismisura, così che ad ora è difficile quantificare il reale giro di affari.

Oggi molte femministe radicali e molto pensiero nichilista non parlano più di libertà della donna (tanto è evidente ormai che è una nuova forma di sfruttamento), quanto di una forma “speciale “di etica del dono, facendo appello al desiderio insoddisfatto di maternità di molte donne e di disponibilità di altre a soddisfare questo bisogno. Questa subdola motivazione è perversa e pericolosa, perché non si tratta affatto di dono, ma di contratto commerciale.

Va detto infatti (dal punto di vista morale) che la donna in attesa non “produce” un figlio, ma resta per nove mesi a disposizione della crescita del figlio, restando in attesa di un “altro”, che è parte di sé e, al contempo, altro da sé. In tal senso, la dinamica del dono si realizza qui in modo convincente come evento di reciprocità: la madre dona il proprio corpo vissuto al figlio, affinché maturi e cresca e, a sua volta, il bambino dona alla madre l’offerta della maternità, che da allora e per sempre la impegnerà nella cura del nuovo nato.

Nella pratica dell’utero in affitto, si finisce di alterare le dinamiche relazionali proprie dell’etica della cura, dal momento che il piccolo viene strappato dalla madre naturale per essere trasferito alla madre sociale, creando forme di ingiustizia sociale e di probabili squilibri psicologici sia nelle madri surrogate, sia nel bambino che nel tempo non riuscirà ad essere certo delle sue origini e della propria identità generazionale.

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