MARTEDÌ 08 GENNAIO 2019, 00:01, IN TERRIS

Un miglio fra umanità e paura

MARCO FRITTELLA
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Uno dei migranti a bordo della Sea Watch
Uno dei migranti a bordo della Sea Watch
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iciamoci la verità: ormai la grandissima maggioranza di noi guarda le immagini degli immigrati che vengono dal mare senza più fermarsi un istante a pensare: chi è quell’uomo, quella donna, quali dolori ha affrontato, da cosa fugge, cosa spera? Al più un brivido, rapido e fuggevole, quando in tv vediamo i bambini o una donna incinta: basta un gesto e l’immagine è cancellata dalla mente. Imbarazzante. In queste ore i governi di 500 milioni di europei stanno litigando su se e come accogliere quarantanove di quelle persone che per noi sono invisibili. Cinquecento milioni. Quarantanove. Governi di ricche e potenti nazioni europee che furono padrone dell’Africa e ancora vi attingono ricchezze e risorse, discutono se accoglierne dieci o quindici di quei quarantanove, provenienti da undici Stati africani, tutti flagellati dalla fame, dalle carestie, dalla siccità, altre dalla guerra e dalle lotte tribali. Germania, Olanda, Francia, Italia, Malta lavorano intensamente su un complicato “compromesso diplomatico” per quarantanove profughi. Quarantanove.

Ancora riecheggia l’appello del Papa: “I leader europei dimostrino solidarietà” verso quegli sventurati tuttora a bordo della Sea Watch e della Sea Eye, in vista di una costa tanto vicina quanto irraggiungibile. Uno di loro si è gettato in acqua dalla disperazione. Qualche altro sta rifiutando il cibo per protesta. E ventisette tra i Paesi più ricchi del mondo non riescono ad aprire loro le braccia. Temono il principio: se accogliamo loro, ricominceranno gli sbarchi. Un’Europa quindi terrorizzata dall’”invasione”: troppo scossa da dieci anni di crisi economica, non sa di essere ancora immensamente più ricca del resto del mondo, soprattutto di quel mondo che sta dall’altra parte del mare, e si percepisce fragile, a rischio, così poco sicura di ​se stessa e della propria identità mondiale da avere paura di quarantanove disperati. “E se vengono anche tutti gli altri?”

Eppure è un’Europa che invecchia, che ha bisogno di energie giovani per mantenere il proprio sistema di assistenza sociale come sa bene il Giappone che ha programmato l’arrivo da paesi asiatici poveri di cinquecentomila lavoratori in cinque anni. E come sa la stessa Germania che ne ha programmati trecentocinquantamila. Ma attenzione: quella è l’immigrazione economica che “serve” all’Europa e alle sue economie. L’accoglienza solidale non “serve”, anzi pesa, è intollerabile per chi ha paura che nel futuro non ci sia più posto per sè.

Eppure, a leggere uno che conosce bene i luoghi più disperati dell’Africa, Domenico Quirico, ormai i giovani africani hanno capito che la Grande Migrazione è finita, che l’Europa ha sigillato i confini, che sta svanendo la speranza che li ha nutriti per anni di poter trovare un luogo dove sia possibile vivere una vita degna. Presto, avverte Quirico, quei giovani africani trasformeranno la loro frustrazione in rabbia, rivolta, furia di cui si avvantaggeranno i jihadisti, pronti a reclutarli in Mali, Nigeria, Somalia, Centrafrica, e magari noi finanzieremo le corrotte élite dei governi locali perché (ce) li tengano buoni e non ci odino troppo. Non c’è niente di buono in tutto ciò. Non c’è niente di buono in un’Africa senza speranza e in un’Europa inerte, indifferente, impotente persino nell’affermazione orgogliosa dei suoi valori umanitari e democratici, i gioielli della sua civiltà. Sarebbe una grande prova di coraggio applicarli, quei valori, almeno ai quarantanove in mare. Per chiedere loro, guardandoli finalmente negli occhi come degli esseri umani e non numeri: chi sei, da cosa fuggi, cosa speri, come possiamo darti una mano? Quella sarebbe ancora un’Europa da amare.

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