GIOVEDÌ 18 LUGLIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Tutti i dolori del governo giallo-verde

MARCO FRITTELLA
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Giuseppe Conte con i due vicepremier
Giuseppe Conte con i due vicepremier
E'

un momento di grande confusione nel mondo politico. Di incertezza, confusione e tensioni. I due partiti che sorreggono il governo – uniti tra loro non da una alleanza ma da un “contratto” – sono continuamente elettrizzati dalle divergenze tra loro e da una crescente difficoltà a fare sintesi politica. Si possono fare tanti esempi su questo piano: valga tra tutti l’autonomia regionale, sostenuta dalla Lega ma non del tutto condivisa dai 5S. Ma si potrebbe aggiungere la questione delle tasse nella prossima manovra o anche il decreto sicurezza bis. Finora il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto fronte a queste differenze e diffidenze ottenendo anche dei risultati, come è avvenuto quando lui, il ministro del Tesoro Tria e quello degli Esteri Moavero sono riusciti ad evitare all’Italia il guaio della procedura di infrazione per eccesso di debito. Ma è uno sforzo ora più difficile. Si sapeva che dopo il voto europeo le cose sarebbero andate così: il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e grillini ha provocato un terremoto che non si è mai fermato. Ma adesso a rendere tutto più teso ci si è messo il cosiddetto “caso Russia” – i presunti tentativi di ottenere finanziamenti alla Lega mediante una compravendita di petrolio russo – che, esplodendo, ha finito per creare problemi a Salvini il quale denuncia l’opacità della faccenda e se ne dichiara estraneo ma non può evitare le polemiche contro di lui. Di Maio, al pari di Zingaretti, gli ha chiesto di andare in aula a spiegarsi. E quando Salvini ha detto: non ho nulla da dichiarare, Conte in persona si è fatto avanti: parlerò io.

Non basta: il voto al Parlamento europeo sulla nuova presidente della Commissione ha diviso leghisti e grillini: contrari i primi alla candidata di Merkel e Macron; favorevoli i secondi i cui voti anzi si sono rivelati determinanti per la Von der Leyen. Una divaricazione tra partiti che fanno parte dello stesso governo su una votazione così importante finisce per riverberarsi sull’intero Paese di cui non si percepisce più nitidamente la linea di politica estera. E adesso che si apre la partita per la nomina di un commissario italiano sperabilmente di peso, si cominciano a nutrire dubbi sulla possibilità che sia un leghista, come invece si era detto fino a qualche giorno fa. Le accuse reciproche sono diventate veramente molto pesanti.

Come andrà a finire? La “finestra” per andare a votare in settembre, prima cioè di entrare nella sessione di Bilancio, si chiuderà tra poche ore. La coabitazione giallo-verde dunque deve andare avanti ancora un po’. Se in estate cade il governo, o se ne forma uno nuovo e politico – un clamoroso ribaltone di un’alleanza PD-5S? - o se ne mette in piedi uno tecnico che faccia il bilancio 2020 e ci porti alle urne in primavera. Altre ipotesi non ce ne sono, tantomeno quello di un ricorso immediato alle urne. Finora Salvini ha frenato quanti, tra i suoi, chiedevano la rottura con i grillini: bisognerà vedere se è ancora della stessa idea.

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