Quando le fake news oltraggiano la morte

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La morte, nella sua tragicità, da sempre rappresenta il confine oltre il quale il dibattito pubblico – fatto di tesi e antitesi, dialoghi e scontri – ritiene opportuno non spingersi. Si tratta di una regola non scritta della convivenza civile, di un gentlemen agreement, che impone il silenzio di fronte all'evento più drammatico dell'esistenza umana. 

La storia è ricca di esempi di personalità, non solo politiche, che hanno celebrato la scomparsa di un rivale, partecipando alle esequie in modo discreto, o, semplicemente, non cedendo alla tentazione di continuare a parlarne in modo critico, facendo passare il messaggio che quell'evento, la morte, avesse un qualcosa di liberatorio. Possiamo pensarla diversamente su mille cose, avere una visione della vita antitetica, portare avanti le nostre battaglie personali sino allo sfinimento, ma quando viene meno una vita esiste un obbligo morale a fermarsi, a tacere, a non strumentalizzare quel momento, a non sfruttarlo per far valere le nostre ragioni. 

Così non è stato per la tragica vicenda dei bambini migranti annegati al largo delle coste libiche lo scorso fine settimana. Poche ore dopo il naufragio del barcone costato la vita a decine di persone, sui social media è iniziata a girare la “bufala” che “denunciava” la non autenticità degli scatti (realizzati da un reporter di France Press) nei quali si vedono i cadaveri dei bimbi trasportati dai soccorritori. A sostegno di questa tesi è stata postata un'altra immagine, che mostrava i due operatori nella stessa posa ma su un set televisivo. L'autore del post, in sostanza, puntava a dimostrare che l'intera vicenda fosse una messinscena volta a favorire il lavoro delle ong nel Mediterraneo. Peccato che la “fake news” si è rivelata essere la sua. Il modo grossolano in cui il fotomontaggio sul nuovo sfondo è stato realizzato, del resto, non lasciava ombra di dubbio.

La palese contraffazione non ha, però, scoraggiato l'esercito di hater che bazzica i social network. Le condivisioni sono state numerose, associate a commenti sprezzanti, denigratori. Per alcuni utenti quei corpi senza vita non sono nient'altro che “bambolotti” (“si vede dalla posa” sostengono), artatamente posizionati tra le braccia dei soccorritori per generare un moto di pietismo in un continente (l'Europa) nel quale il tema dei migranti è all'ordine del giorno.

Il problema, però, non è l'avere legittime opinioni su come questo argomento vada trattato (se in modo rigido o flessibile). Ma il fatto che persino la morte di 4 bambini possa diventare uno strumento di propaganda. E che su Facebook, Twitter e compagnia cantando centinaia di persone cinicamente si scontrino su un evento così tragico, augurandosi il peggio a vicenda pur di prevalere in uno squallido confronto dialettico.

In ultima analisi, il problema è che se le opinioni hanno la meglio sui fatti, se pur di avere ragione siamo disponibili a far passare per oro la spazzatura, vengono meno gli stessi presupposti di una società democratica, nella quale il diritto a essere informati (o meglio “a informarsi”), rappresenta una colonna portante. E' l'era della post verità, bella, si potrebbe dire. L'uomo consumatore, espropriato del proprio senso critico, trangugia il prodotto senza leggerne gli ingredienti. E finirà con l'avvelenarsi. 

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