Liberare le “Donne Crocifisse”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 6:30

Liberare dalla prostituzione coatta le schiave del racket è ormai diventato per la Comunità Papa Giovanni XXIII un impegno “costitutivo”. Il nostro fondatore don Oreste Benzi, infatti, ci ha trasmesso il carisma della condivisione diretta, dell’accoglienza della vita, prima e dopo la nascita, in ogni condizione e circostanza in cui essa è più debole, emarginata, minacciata e bisognosa dell’essenziale. Per un’intuizione profetica già don Oreste, dai primi anni ’90, scendeva in strada. Chiedeva a queste giovani donne non: “quanto vuoi?”, ma: “quanto soffri?“. Non sempre il suo apostolato era compreso ma lui restava fermamente convinto che ciò si consumava sulle strade del meretricio fosse “l’ingiustizia più antica e odiosa del mondo“, perché, come amava ripetere, “nessuna donna nasce prostituta ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare”.

La soluzione alla prostituzione coatta non è quindi legalizzare un’ingiustizia. Don Oreste ci ha indicato da subito il corresponsabile, chi permette questa orrenda schiavitù: il cliente. Ecco perché l’Associazione ha dato vita a una petizione, “questoeilmiocorpo.org”, affinché l’Italia segua le orme del modello nordico il quale disincentiva la domanda per abbattere l’offerta di questo turpe mercato. Tale proposta ha quindi l’obiettivo di ridurre sensibilmente il fenomeno, sanzionando i clienti delle persone costrette a prostituirsi.

La Comunità Papa Giovanni XXIII in diversi decenni di attività ha liberato dalla strada e accolto migliaia di ragazze vittime del racket della prostituzione. Ogni settimana siamo presenti con le nostre unità di strada e molti volontari in tutta Italia (e anche all’estero) per incontrare le schiave da liberare. Ringrazio don Aldo Buonaiuto, sacerdote della nostra Comunità che da sempre, sulle orme di don Benzi, soccorre in strada e accoglie nella casa “Tra Le Nuvole” (ora dedicata a Papa Francesco), per la sua testimonianza in questo prezioso libro per dare voce alle “donne crocifisse”, le giovanissime ex-schiave della tratta che non possono essere soltanto oggetto di assistenza bensì protagoniste di una società che nel conoscerle, può diventare molto più umana.

L’impegno nella liberazione delle donne vittime della tratta ci insegna il valore supremo della libertà. Nelle pagine di questo intenso libro-testimonianza di vite che si incontrano, riecheggiano le voci delle donne crocifisse, liberate dalla schiavitù della prostituzione. Nei capitoli sono disseminate le reali violenze subite, le sevizie e le minacce ripetute. Un appello alla coscienza individuale e collettiva a non cadere nella tentazione dell’indifferenza. Un’esortazione implicita ai legislatori a tutelare la dignità delle donne. Il problema che la politica ha il dovere di affrontare sono le decine di migliaia di giovanissime donne, costrette a prostituirsi, rese schiave dalla criminalità organizzata e dai clienti che sfruttano la loro condizione di vulnerabilità e che non devono essere né spostate né consolate, ma liberate. 

Il Papa ha ascoltato il grido di queste figlie venendo personalmente a incontrarle, aprendoci il suo cuore di Pastore universale e insegnandoci l’importanza della misericordia. Anche questa Sua straordinaria prefazione testimonia quanto abbia a cuore le vittime innocenti. Attraverso le testimonianze delle donne raccolte in strade, don Aldo ci aiuta, in questo testo così ricco di emozioni, a comprendere l’urgenza di non lasciare più soffrire nessuno da solo. Affinché oltre a mettere la spalla sotto la croce possiamo continuare a dire a chi le fabbrica di smetterla, perché più nessuna bambina possa essere venduta e sfruttata. Quelle che don Benzi chiamava “sorelline” non vanno lasciate sole. La loro liberazione rafforza anche la nostra libertà interiore.

Questo testo è la presentazione che Paolo Ramonda – responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII – ha scritto al libro “Donne crocifisse. La vergogna della tratta raccontata dalla strada” (Rubbettino) di don Aldo Buonaiuto, sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII.

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