La riforma della Giustizia, il necessario caposaldo della ripresa

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Dopo averli utilizzati per superare lo scoglio della sfiducia proposta nei confronti del Ministro della Giustizia, il Governo dovrà considerare che i numeri della propria maggioranza parlamentare dovranno ora essere impiegati per il raggiungimento di un obiettivo ben più rilevante, ovvero quello di superare le monumentali difficoltà lasciateci dalla emergenza sanitaria che, peraltro, non possiamo certo considerare conclusa .

In particolare ci si riferisce al super debito pubblico la cui previsione di aumento, entro il corrente anno, è di oltre il 160 per cento nel rapporto deficit/pil. Ma anche al crollo del 9,5 punti percentuali del prodotto interno lordo e alla drammatica problematica della disoccupazione che, sempre nei prossimi mesi, lieviterà dal 9,8 al 15 per cento.

Pur tuttavia , in questo quadro tutt’altro che tranquillizzante, deve rilevarsi una aporia in quanto il Governo, e per esso il Presidente del Consiglio, per un verso colloca la riforma della giustizia, tanto quella civile che penale e tributaria, al primo posto tra i capisaldi per la ripresa e per rendere più attraente il nostro Paese anche per le imprese straniere, e dall’altro non è dato di intravedere provvedimenti legislativi in questo settore, tra i tanti emanati al tempo dell’emergenza sanitaria.

In verità, ciò che è stato fatto, peraltro prima dello scoppio dell’epidemia, è unicamente il deposito in Parlamento di due disegni delega di riforma della giustizia civile e penale e una promessa, formulata con l’ultimo decreto, di assumere analoga iniziativa anche per quanto concerne il settore della giustizia tributaria. In altre parole siamo in altro mare e oltretutto con acque agitate tendenti al burrascoso.

Eppure non sfugge a nessuno, certamente non al Governo, che una delle ragioni per le quali le imprese anche molto importanti scelgono di trasferire le loro sedi all’estero, è la lentezza della giustizia.

In Italia, come è noto, una controversia civile ha una durata di 1120 giorni circa, cioè il doppio della media Ocse. Le conseguenze, non soltanto in termini di occupazione, sono sotto gli occhi di tutti. E’ evidente quindi che il momento che viviamo dovrebbe rappresentare anche un’occasione per attuare interventi che, quantomeno dal punto di vista funzionale, possano risolvere le ataviche problematiche della giustizia. Non di meno, per poter svolgere il proprio rilevante ruolo, la stessa deve recupera la fiducia perduta. Proprio per questa ragione la prima delle riforme da promuovere è quella della magistratura essendo alla stessa demandato il compito di applicare le leggi attraverso una interpretazione coerente alla propria funzione di garante dell’ordine sociale e del rispetto del principio di certezza del diritto.

Si tratta di una problematica straordinariamente rilevante, poiché la magistratura è per antonomasia l’istituzione che esprime il grado di libertà e di sicurezza dei singoli individui e della società nel suo complesso, cosicché la sua disfunzione inevitabilmente determina uno scompenso della giustizia.

Ad oggi non è in discussione, come lo è stato in passato, il principio di autonomia dell’ordinamento giudiziario né tantomeno la sua funzione di tutela dei diritti anche verso i pubblici poteri. Semmai la minaccia all’indipendenza della stessa potrebbe essere rappresentata dall’influenza esercitata sugli assetti istituzionali e dai conflitti interni, non di rado alimentati dalla attrazione che i mezzi di comunicazione esercitano verso alcuni giudici che, sfidando l’obbligo di riservo al quale sono tenuti, non rinunciano ad inserirsi nei dibattiti che purtroppo, anche quando non c’è da parte loro alcuna volontà eversiva, li fanno apparire condizionati da un orientamento politico.

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