Come cambia l’industria giornalistica digitale

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Durante il periodo di lockdown abbiamo assistito all’esplosione di un problema già da tempo molto noto: la Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, è riuscita (complice anche il periodo) a far chiudere, grazie anche al coinvolgimento dell’Autorità garante delle comunicazioni (AgCom), tutti quei canali di Telegram (il più scaricato sistema di messaggistica dopo WhatsApp) che distribuivano gratuitamente (e senza autorizzazione) centinaia e centinaia di copie di quotidiani, riviste e mensili on-line! L’accusa è quella di circolazione illecita di giornali e riviste in forma digitale.

Il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti, ha chiesto “un provvedimento esemplare e urgente di sospensione di Telegram, sulla base di un’analisi dell’incremento della diffusione illecita di testate giornalistiche sulla piattaforma che, durante la pandemia, ha raggiunto livelli intollerabili per uno Stato di diritto”. La Fieg, analizzando solamente i dieci canali Telegram più utilizzati, ha stimato danni economici per “670 mila euro al giorno, circa 250 milioni di euro all’anno”. Le denunce sono arrivate ai proprietari dei canali e ai loro utilizzatori… Ma il problema della perdita economica delle testate italiane, che in realtà si sarebbe dovuto eliminare, sembra non essersi per nulla risolto! L’informazione on-line sembra non decollare, anche in Italia si vendono pochi giornali on-line le entrate furono sovrastimate e anche le testate più “giovani” e solo digitali sono in difficoltà, tanto da licenziare e cercare modelli di business alternativi a quelli delle pubblicità, che sembrano rendere sempre meno.

Sono stati da poco pubblicati due libri, scritti dagli ex direttori del Guardian e del New York Times, che parlano dei cambiamenti dell’industria giornalistica, non solo negli Stati Uniti, e fanno un’attenta analisi sulle cause e sugli effetti delle conseguenze di questi cambiamenti, stimando una riduzione del personale giornalistico di circa 23% negli ultimi dieci anni: un sistema cause/effetti disastroso, favorito anche dai Social, in primis Facebook e Google. Jonah Peretti, fondatore di BuzzFeed, basò il suo sistema di business sulla collaborazione con le più grandi piattaforme tecnologiche, pensando che i colossi tecnologici avrebbero continuato la loro “crescita continua ed infinita” anche grazie alla fornitura di notizie e contenuti da “fornitori più piccoli”.

Ultimamente, però, si è evoluto anche il mondo della pubblicità, che si basa sempre più sulle “revenue”, favorendo la nascita di una miriade di fornitori di contenuti non più a pagamento, mettendo in difficoltà i fornitori più “professionali”. Google e Facebook, che ormai hanno il monopolio rispettivamente nel mondo delle ricerche on-line e dei social network, hanno infatti fatturati che possono tranquillamente superare il PIL di diverse nazioni e ottengono entrate in pubblicità più di qualsiasi altra azienda, grazie soprattutto all’utilizzo sistemi di “condivisione pubblicitaria” più semplici e intuitivi.

Molte aziende, che pensarono di crescere economicamente grazie a partnership nel settore dell’informazione, si sono viste schiacciate dalla concorrenza e beffate dal fatto che i nuovi competitori siano riusciti a proporre servizi di qualità e, ormai, gratuitamente! In Italia i più grandi quotidiani nazionali hanno subito una riduzione di oltre il 30% dei loro lettori, sia nel cartaceo che nelle copie digitali. Analisi condotta senza analisi dell’andamento dei siti delle relative testate, che faticano a sostenersi con il semplice modello pubblicitario. La pubblicità non riesce a sostenere autonomamente la possibilità di distribuire il “modello gratuito”, salvo rare eccezioni e il modello “paywall”, che limita l’accesso ai contenuti a chi non si iscrive (e paga), porterebbe, attualmente, un’ulteriore riduzione degli accessi ai contenuti e causerebbe una nuova riduzione dei ricavi derivanti dalla pubblicità.

Il nodo cruciale è quello di trovare un sistema che produca effettivamente ricavi e, parallelamente, generi nuovi contenuti per le masse. Bisognerà, quindi, cercare di differenziare prendendo spunto dalle storie di successo. Vox Media, che pubblica testate come The Verge, Vox e Recode, ha concluso il 2018 in attivo, per la prima volta. Sul risultato ha inciso la capacità dell’azienda di differenziare nel campo della produzione video, con un accordo per la realizzazione di brevi documentari su Netflix, nella produzione di podcast e nell’organizzazione di eventi e conferenze su tecnologia e innovazione, gestiti da Recode. Axios, sito d’informazione fondato nel 2016 da un gruppo di giornalisti usciti da Politico, ha concluso il 2019 in attivo. Nel 2018 ha prodotto ricavi per 24 milioni di dollari e le perdite sono state di 56mila dollari. Molti ricavi provengono dalle newsletter sponsorizzate, che sono molto apprezzate dai lettori e hanno dimostrato che, per loro, non è necessario collegarsi al sito della testata per leggere qualcosa. Il New York Times, promuovendo la sua testata digitale e utilizzando “pubblicità mirate” e intelligenza artificiale, è riuscito a compensare i ricavi in calo, dovuti alle scarse vendite dell’edizione cartacea.

Oltre alla “qualità” del prodotto offerto bisognerà sicuramente migliorare le “competenze digitali” di ognuno di noi: in Europa siamo gli ultimi rispetto agli altri grandi paesi. Ci mancano sette milioni di utenti in rete che abbiano, peraltro, le adeguate competenze per poter utilizzare tranquillamente acquistare servizi con sistemi a pagamento! Quando il governo riuscirà a varare quel famoso documento chiamato “Strategia Nazionale per le competenze digitali“, che si trova già sulla scrivania di diversi ministri e che deve essere discusso (ma con calma) entro la fine del 2025, forse riusciremo anche a risolvere il problema economico delle testate on-line.

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