Cosa succede se l’Italia non modifica la manovra?

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Che la Commissione europea avrebbe “bocciato” la manovra finanziaria italiana era un fatto scontato già dalla presentazione del Def. La previsione del deficit di bilancio massimo del 2,4% a copertura delle iniziative previste, tra cui la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia con l’aumento automatico dell’Iva e dell’accisa sui carburanti, la “quota 100” a livello pensionistico, la flat tax e il reddito di cittadinanza, in assenza di vere e proprie riforme strutturali a beneficio della crescita, rappresenta una deviazione dagli impegni presi con i partner per la riduzione del debito pubblico monstre che, nel corso degli anni, si è accumulato sia in termini relativi, amplificati dalla lunga recessione che ha colpito il Paese, sia assoluti.

Una manovra in deficit non è necessariamente un male, poiché se gli interventi così finanziati fossero veramente finalizzati alla crescita, come investimenti infrastrutturali o riduzione del tax rate, potrebbero rappresentare un tassello fondamentale per spingere una ripresa più sostenuta e avere come risultato, addirittura, una riduzione del debito in termini relativi sul Pil (che è l’unico vero parametro di stabilità della finanza pubblica da considerare) e, in prospettiva, anche una riduzione dello stock complessivo dello stesso.

Il punto interessante, però, adesso non è la volontà o meno di modificare la manovra ma, piuttosto, di capire cosa succederebbe se il governo decidesse di proseguire sulla strada intrapresa e, letteralmente, scontrarsi con le istituzioni europee affermando la sua potestà al di là delle norme previste dal Trattato, fosse anche perché il tetto posto al deficit in Legge di Bilancio è inferiore al famoso 3% che rappresenta il limite invalicabile previsto fin da Maastricht.

Dal lato economico, credibilmente, non accadrà nulla perché non sono previste riforme strutturali e buona parte degli intendimenti sono di difficile realizzazione come la bandiera del M5s del reddito di cittadinanza che avrà, a parere dello scrivente, un impatto ben minore di quello populisticamente enfatizzato ad ogni piè sospinto dagli esponenti pentastellati. Un effetto ben diverso avrebbero il congelamento delle accise e dell’Iva unite al nuovo regime dei minimi per le partite Iva, anche se solo come aspettativa poiché non avrebbe alcun vero riflesso dal lato della riduzione delle imposte.

Non è nemmeno azzardato aspettarsi un non peggioramento dei conti perché difficilmente le coperture ipotizzate potranno essere impiegate in tempi brevi. Resta solo l’incognita sullo spread e sul costo di rifinanziamento del debito pregresso, unito alla tenuta del settore creditizio, che, però, potrebbe migliorare insieme al sentiment dei mercati contando anche su un downgrade contenuto, sempre in zona di investment grade, da parte delle agenzie di rating.

Dal lato istituzionale la cosa cambierebbe, non di poco, poiché lo scontro potrebbe minare anche quel gigante dai piedi di argilla che è l’Unione europea stessa. L’azione della Commissione, infatti, potrebbe finire in farsa, con un forte contraccolpo dal lato della sua autorevolezza, se l’Italia decidesse di andare al “corpo a corpo”. Questo perché è quasi impossibile che le eventuali sanzioni che la procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo divengano effettive.

Perché questo? Semplicemente per la natura monca (e voluta) delle istituzioni europee dal lato esecutivo. Affinché la procedura di infrazione venga chiusa, infatti, non basta l’iniziativa dei commissari europei ma serve una delibera del Consiglio che deve esprimersi all’unanimità, pena la decadenza dell’azione (come previsto dall’art. 126 Tfue al paragrafo 14), ovviamente con l’esclusione del membro rappresentante dello Stato sotto giudizio.

La domanda che sorge ora è evidente: siccome ci sono altri Paesi sotto procedura di infrazione come l’Ungheria e la Polonia siamo sicuri che il governo di Budapest, ad esempio, andrebbe a votare contro l’Italia che è governata da una coalizione molto vicina al suo leader Orban e che potrebbe sostenerla nel procedimento contro di essa?

La risposta non è così scontata anche perché la discussione sull’eventuale procedura verrebbe aperta solo nel 2019 e prima del 2020 sarebbe difficile che possano essere deliberate per i tempi tecnici e i passi previsti dal già nominato art. 126. Inoltre nei trattati esiste un “baco”, per usare un termine informatico, che pur prevedendo la possibilità di erogare sanzioni non contempla alcun potere coercitivo per renderle esecutive, tanto che se uno Stato decidesse di non pagare non ci sarebbe alcun modo per costringerlo non potendo nemmeno decidere sull’eventuale estromissione dello stesso dall’Unione.

Come si vede la crisi istituzionale, innescata dalla manovra di bilancio italiana, rischia di finire in una pantomima che, però, andrebbe a minare tutto l’impianto europeo. Altro discorso merita, invece, il riscontro da parte dei mercati che, come già detto in precedenza, potrebbe creare diversi problemi a livello di tenuta dei conti. Qui, però, si entra in una previsione di medio periodo che dipende anche da come il sistema produttivo ed economico del Paese reagirà a quanto previsto in questa manovra, la quale, comunque, è ancora in bozza e che potrebbe cambiare anche strutturalmente con il passaggio in Parlamento.

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