Intervento

Aids e migrazioni: l’emergenza umanitaria nelle savane africane

Oggi in Burkina Faso la prevenzione madre-bambino dell’HIV ed il trattamento antiretrovirale dei pazienti positivi al virus è disponibile in tutti i distretti sanitari, sotto la responsabilità del sistema sanitario nazionale. Ma all’inizio degli anni 2000 queste prestazioni erano disponibili solo nelle grandi città e nelle strutture che disponevano di supporti tecnici esterni, come nel caso dell’ospedale camilliano della capitale Ouagadougou, dove Medicus Mundi Italia (MMI) interveniva in collaborazione con l’Università e gli Spedali Civili di Brescia. Nel 2004 MMI decide di estendere l’intervento anche ad una zona rurale povera del Burkina, servita da un’altra struttura camilliana, l’Ospedale distrettuale San Camillo di Nanoro.

Nanoro è un grosso villaggio di 20.000 abitanti, nella savana dell’altopiano centrale del Burkina, a 100 chilometri dalla capitale. Nonostante la vicinanza alla città ed ai suoi ritmi più moderni, la vita a Nanoro resta quella tradizionale delle campagne povere del Burkina. La struttura sociale è fortemente patriarcale, le famiglie sono in maggioranza poligame, il controllo di tutti gli aspetti della vita – in particolare delle donne e dei giovani – è molto forte e l’autorità del capo villaggio non è di fatto messa in discussione. La popolazione vive coltivando miglio – base dell’alimentazione – allevando pollame e ortaggi destinati alla vendita sui mercati urbani, ed aspettando le rimesse dall’estero. Infatti, come in tutte le campagne povere del Burkina, oltre un terzo degli uomini migra come manodopera stagionale, soprattutto verso le piantagioni di cacao della Costa d’Avorio. Nanoro è storicamente anche uno dei primi luoghi di incontro tra burkinabé e italiani. È infatti negli anni ’50 che i Fratelli della Sacra Famiglia partono da Chieri, in Piemonte, e arrivano a Nanoro per fondarvi, su richiesta della Diocesi locale, una scuola per giovani agricoltori. La presenza dei Fratelli richiama altre congregazioni italiane, tra cui i Camilliani che sviluppano un piccolo Ambulatorio fino a farlo diventare un Ospedale distrettuale di 200 letti, che serve oggi quasi 200.000 abitanti.

L’HIV arriva a Nanoro, attraverso i migranti, come in molte altre campagne africane. La Costa d’Avorio, paese con più intensi scambi internazionali del Burkina, è stata infatti raggiunta prima dalla pandemia ed i migranti burkinabé che vi lavorano – giovani uomini con qualche soldo in tasca e lontani dal controllo della famiglia – sono facili prede del contagio. Questo, infatti, come nel resto dell’Africa, avviene principalmente tramite rapporti eterosessuali occasionali. Al rientro nel villaggio di origine, i migranti contagiano le mogli che trasmetteranno poi il virus ai figli durante la gravidanza, il parto e l’allattamento. Se il migrante muore, seguendo la tradizione del levirato le vedove vanno in sposa ad un cognato, e quindi l’HIV si diffonde non solo nel nucleo familiare ma anche alla famiglia allargata.

Estendere le attività di lotta all’AIDS in questo contesto è stata una sfida, ma MMI aveva dalla sua una serie di importanti atout: alcuni anni di esperienza nel paese, la collaborazione con l’Università e l’Ospedale di Brescia, il supporto che l’Ospedale camilliano di Nanoro può fornire per il ricovero dei pazienti e gli esami di laboratorio, la disponibilità in Burkina-Faso di farmaci antiretrovirali che possono essere dispensati gratuitamente, il partenariato con il sistema sanitario locale. A questi atout si è aggiunta la disponibilità di finanziamenti, prima da parte della Regione Lombardia ed in seguito della Cooperazione italiana. L’obiettivo dell’intervento è stato quello di identificare il maggior numero possibile di persone infettate dall’HIV per metterle in trattamento antiretrovirale, salvando loro la vita e interrompendo la catena di trasmissione del virus. In questa prospettiva, l’identificazione di pazienti con sintomi di AIDS e, se positivi, lo screening dei contatti familiari è sicuramente utile, ma non basta.

La strategia più efficiente – già utilizzata da MMI in zona urbana – è infatti il test HIV in gravidanza e, per le gestanti positive, l’inizio del trattamento antiretrovirale che preserva la donna dal progredire della malattia ed il nascituro dall’infezione. Inoltre, le donne che riescono a concepire nonostante l’infezione da HIV sono in genere asintomatiche o ai primi stadi della malattia. In questi casi, il trattamento antiretrovirale ha un maggiore impatto sulla salute della paziente e permette di diminuire l’infettività di persone nel pieno della vita sessuale. Per rendere possibile lo screening delle gestanti del distretto – circa 10.000 ogni anno – è stato necessario decentrare i test rapidi per HIV a livello delle 20 maternità che ne coprono il territorio, condotte da ostetriche.

Il lavoro è consistito quindi nel produrre algoritmi per la diagnosi, la somministrazione dei farmaci ed il riferimento all’ospedale dei malati, e nel formare di conseguenza il personale sanitario. Questo ha collaborato sin dall’inizio, non solo perché la prevenzione della trasmissione madre-bambino dell’HIV era diventata – anche se da poco – una strategia nazionale, ma anche perché l’equipe di MMI era stata tra i primi ad introdurla in Burkina-Faso, e poter disporre del suo supporto in un distretto rurale era considerato un’opportunità da non perdere. Rispetto a quanto sperimentato da MMI in zona urbana, nel distretto di Nanoro il test dell’HIV in gravidanza ha trovato più rapidamente l’adesione della quasi totalità delle donne, e in caso di positività il risultato è stato accettato più facilmente sia dalla gestante che dai suoi familiari – marito, co-spose, figli – sottoposti a screening. Anche quando il marito della donna positiva all’HIV è negativo, situazione frequente soprattutto nei matrimoni in levirato, questo ha provocato meno tensioni rispetto alle coppie urbane.

Virginio Pietra

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