GIOVEDÌ 07 NOVEMBRE 2019, 13:47, IN TERRIS

SAHEL

L'attacco in Burkina Faso è l'ennesima ferita dell'intolleranza

Sono almeno 37 i minatori rimasti uccisi. Il presidente Kaboré chiede aiuto all'Onu

MARCO GRIECO
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L'immagine dell'attacco in cui hanno perso la vita 37 minatori - Foto © Business Recorder
L'immagine dell'attacco in cui hanno perso la vita 37 minatori - Foto © Business Recorder
È

stata un'esplosione, l'ennesima, quella che ieri ha ucciso almeno 37 persone e ferite una sessantina a Boungou, nel Burkina Faso. A darne comunicazione, la compagnia mineraria Semafo, che ha specificato che le vittime sono minatori che lavorano nelle cave site a nord-est del Paese. Stando ai primi rilevamenti effettuati dalle autorità, dietro l'esplosione ci sarebbe la mano dei gruppi jihadisti, che da tempo mettono il Paese a ferro e fuoco.


Dal dialogo all'intolleranza

È difficile fornire un bilancio preciso del crescente numero di vittime nel Paese. "Questa situazione di insicurezza, scontro e diffidenza sarebbe stata impensabile fino cinque anni fa" sottolinea il reporter Marco Simoncelli che, assieme al giornalista Davide Lemmi, ha dedicato al Burkina Faso un approfondimento pubblicato su LifeGate
Sebbene si tratti di uno degli Stati africani più poveri, con il 65% di musulmani e il 35% di cristiani, il Burkina Faso è sempre stato un modello di tolleranza e dialogo interreligioso. Come ricorda Simoncelli, vivono "26 gruppi etnici" con "65 lingue locali". 


Il presidente Kaboré all'Onu: "Aiutateci"

Eppure gli scontri degli ultimi mesi hanno tratteggiato un Paese in cui sono in corso lacerazioni alimentate dal fondamentalismo religioso. Di recente, ha espresso la sua preoccupazione lo stesso presidente burkinabé, Roch Kaboré, che davanti alla commissione Onu per il consolidamento della pace, non ha fatto mistero di ammettere che nel Paese "il terrorismo sta dilagando e le conseguenze sul piano umanitario, sociale, economico e del vivere insieme sono incalcolabili". La diretta conseguenza del terrorismo è la presenza di migliaia di sfollati, costretti a lasciare le case, le scuole per imbattersi in un territorio sotto minaccia costante: ne è un caso emblematico quello dei pastori seminomandi peul, costretti a scappare dalla furia jihadista. Nel suo accorato discorso, Kaboré ha chiesto alle Nazioni Unite "una sinergia di azioni da parte di tutti i partner e un maggiore sforzo di coordinamento per sostenerci meglio". L'appello è stato colto dalla Francia, che da sempre punta al sostegno di questo Paese nel cuore del Sahel: soltanto nel 2017, Parigi ha stanziato oltre 115 milioni di euro in aiuti.


Un Paese lacerato

I bersagli dei miliziani jihadisti non sono solo luoghi di preghiera. Se si annoverano decine di attacchi fatali in luoghi sacri come chiese e moschee, è altrettanto vero che la furia omicidia dei fondamentalsti non risparmia altri luoghi apparentemente non simbolici, come siti minerari o contesti ordinari. Di frequente, i miliziani puntano anche  a basi militari. L'attacco del 30 settembre scorso a Koutougou, nel nord del Paese, nel quale hanno perso la vita 24 soldati, è l'ennesima, profonda ferita inflitta al Burkina Faso e a tutta l'Africa.

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