Le pietre dei novelli sommi sacerdoti

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Da duemila anni nessuna mano è più legittimata a scagliare pietre. Da quando Gesù ha impedito di lapidare l’adultera, non esiste più una ragione eticamente accettabile per accanirsi contro il prossimo. Il polverone artificialmente scatenato attorno alle ragionevoli e moderate parole pronunciate da Papa Francesco sul riconoscimento dei diritti civili delle coppie gay è tristemente indicativo di una deriva da tempo in corso. Il Pontefice stava parlando di questioni basilari che attengono alla normale regolamentazione giuridica di situazioni quotidiane quali l’assistenza in malattia, il diritto di successione nei beni e altre questioni burocratiche che riguardano l’amministrazione di aspetti pratici e non certo la dottrina.

Tra l’altro si tratta di una legislazione di cui l’Italia si è già dotata visto che l’intervista era stata rilasciata ad una corrispondente straniera. La tentazione diabolica di dividersi in tifoserie contraddice quella che dovrebbe essere sempre la natura stessa della Chiesa. Perché dove è Pietro, lì è l’Ecclesia. Demonizzare o santificare in vita un Pontefice, fotografa una mentalità da curva da stadio, piuttosto che il senso di condivisione che dovrebbe contraddistinguere i sinceri discepoli di Cristo. Noi riconosciamo costantemente la buona fede di tanti credenti che, senza aver potuto approfondire e contestualizzare le affermazioni di Papa Francesco, possano essersi sentiti disorientati e persino scandalizzati.

In realtà basta andare un attimo oltre il sensazionalismo dei mass media per constatare come il Santo Padre non si sia minimamente allontanato dal magistero dei suoi predecessori e abbia circoscritto il ragionamento all’ambito pastorale e sociale, senza stravolgere alcunchè dell’impianto dottrinario che dalle origini contraddistingue la Chiesa. Ieri significativamente Papa Francesco ha ricordato all’udienza generale la caratteristica principale di San Giovanni Paolo II: “Tutelò ogni essere umano”. Esattamente come fa sempre Francesco, quando per esempio, riceve a Santa Marta un credente transessuale con la sua fidanzata, con il nobile e paterno scopo di lenire la ferita dell’insulto ricevuto dal suo parroco in Spagna che l’aveva definito “la figlia del diavolo”.

Se non fosse tragicamente grave, verrebbe da ironizzare sui neo-farisei che si stracciano le vesti per un gesto di misericordia, mentre i loro sepolcri imbiancati collezionano orrori nascosti dietro la parvenza della rispettabilità. Non si capisce, poi, perché vada bene se un Papa come Ratzinger, onestamente e correttamente, fa distinzione quando parla nei suoi libri da studioso e quando lo fa da pontefice.

Se invece Bergoglio risponde alla domanda di una giornalista su questioni che attengono alla sfera sociale e civile, allora è un “sovvertitore magisteriale” che mortificherebbe la figura del Successore di Pietro al punto da meritargli improperi tutt’altro che evangelici e rispettosi della tradizione quali “anticristo”, “satana” e “distruttore della Chiesa”.

Ma non saranno loro i novelli “sommi sacerdoti” che scagliano quelle solite, antiche pietre, contro il Vicario di Gesù per le stesse ragioni che condussero sul Golgota nostro Signore? I cattolici oggi hanno una grande opportunità: guardare più in la del loro naso, senza sentirsi minacciati dalle parole di un Papa che conferma i capisaldi della fede e aggiorna gli strumenti per favorirne la diffusione. Accogliere non significa legittimare qualunque condotta, anzi Gesù dopo aver salvato l’adultera le chiede di convertirsi. Ciò che invece non è accettabile è improvvisarsi inquisitori per distribuire patenti di cattolicità, tanto che Papa Francesco ha ripercorso le orme del suo predecessore Woytjla anche nell’umorismo.

Esattamente 34 anni fa alla giornata di preghiera per la pace ad Assisi, Giovanni Paolo II riunì per la prima volta tutti i leader religiosi, sconcertando molti “benpensanti” che lo tacciarono di sincretismo e persino eresia. Lui replicò: “Per poco non mi scomunicano”. Stessa autoironia di Francesco che parlando con i giornalisti su un volo papale ha detto: “Sono cattolico anch’io, se serve vi recito il Credo”.

Sarebbe davvero necessario che, invece di accapigliarsi su presunti e fantomatici discostamenti dalla dottrina, si facesse mea culpa per tutti i “crimini sociali” alle quali anche i cattolici hanno concorso: sanità di classe, accantonamento del welfare, rimozione di quel concetto di bene comune che, per fare un esempio, più di mezzo secolo fa portò alla realizzazione dell’ultimo piano di edilizia popolare. Non sarà che è più facile inventarsi la pagliuzza nell’occhio del Papa piuttosto che provare a togliere la trave dal nostro occhio?

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