Padre Hamel e il martirio della pazienza

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Padre Hamel verso l’onore degli altari. Quattro anni fa, il 26 luglio del 2016, in Francia, veniva ucciso padre Jaques Hamel, sgozzato a 85 anni sull’altare. Celebrava la messa nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray ed è stato è stato barbaramente assassinato da due giovanissimi seguaci dello Stato islamico. E’ in corso il processo di beatificazione. Un’eroica testimonianza del martirio della pazienza, come ha titolato la propria autobiografia Agostino Casaroli. Il cardinale rievoca in prima persona cinquant’anni di un faticoso, tenace lavoro diplomatico a favore della Chiesa. Ricostruisce la storia non solo dei rapporti tra Santa Sede ed Europa orientale, ma dell’intero continente nel secondo Novecento. Le intuizioni di Giovanni XXIII. L’atmosfera del Concilio Vaticano II. La pazienza e la tenacia di Paolo VI. E poi l’elezione di Giovanni Paolo II. Il papa venuto dall’Est che lanciò ai regimi comunisti una decisa sfida a tutto campo. Fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989.
Papa Francesco poco dopo l’assassinio di padre Hamel,  aveva voluto aprire il suo processo di beatificazione, perché “martire, e tutti i martiri sono Beati”. Uccidere in nome di Dio è “satanico“, disse ai familiari dell’anziano parroco. La fase diocesana della causa di beatificazione di padre Hamel si è conclusa a marzo. Ora, a quattro anni dalla sua morte, è all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi. Si tratterà di riconoscere se effettivamente padre Hamel sia stato assassinato “in odium fidei“.
Il breviario di padre Jacques Hamel è conservato nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola, la chiesa di Roma dedicata ai “nuovi martiri“. A consegnare a San Bartolomeo, chiesa che conserva la reliquie dei nuovi martiri, il breviario di padre Hamel è stato, nel settembre del 2016, quindi poche settimane dopo l’omicidio, il vescovo della diocesi di Rouen, monsignor Dominique Lebrun. Da allora è un continuo arrivare di pellegrini francesi, che vengono a scoprire questo oggetto e che così conoscono anche la chiesa. Dentro il breviario ci sono tutti i santini, ricordi dei defunti, i santini delle comunioni e delle cresime dei bambini e dei ragazzi della sua parrocchia, ci sono i santini delle ordinazioni sacerdotali delle persone che conosceva. Si vede che è un breviario usato, su cui lui ha pregato tanto.
Il corposo dossier per la beatificazione è stato portato a Roma personalmente da un gruppo di giovani, insieme a al vescovo e ai sacerdoti della diocesi di Rouen, compreso il postulatore della causa, padre Paul Vigouroux, e quindi consegnato al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Per don Angelo Romano, rettore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola occorre sempre ricordarsi di San Giovanni Paolo II ed essere a lui grati, perché Giovanni Paolo II questo lo aveva intuito spiritualmente, perché lui aveva vissuto la Chiesa del nuovi martiri in Polonia, durante la guerra e dopo, sotto il regime comunista. E’ lui che ha accompagnato la Chiesa in questa nuova coscienza. Prima del 2000, anche le pubblicazioni sul tema erano molto scarse. Giovanni Paolo II ha sollevato un sipario che ha fatto vedere la realtà. E cioè: i cristiani sono vittime e oggetto di persecuzione in tante parti del mondo.
Era il giugno del 1987, quando Giovanni Paolo II ritornò per la terza
volta in Polonia. Un “servizio alla verità”, come definì egli stesso il
viaggio. Non era più tempo di prudenze, di mezze parole. L’intera
visita fu una durissima denuncia del vuoto di progettualità che ormai mostrava il “socialismo reale”. Da lì, prese l’avvio quell’ impressionante e impetuoso processo, che nel giro di due anni avrebbe portato al ritorno di Solidarność alla legalità. E al primo governo non comunista nell’Europa orientale. E in breve tempo, improvvisamente e inaspettatamente, avrebbe portato alla caduta del Muro. Dunque, al fallimento del marxismo, del suo progetto politico-ideologico, ma, prima ancora, della sua presunzione prometeica di cancellare Dio dalla coscienza dell’uomo.
La caduta del Muro, il 9 novembre del 1989, segnò, sul quadrante della storia dell’umanità, la fine della divisione dell’Europa in due, la fine della “cortina di ferro”. Anche papa Wojtyla fu colpito dalla rapidità e, soprattutto, dal modo incruento in cui quegli eventi erano maturati. “Una delle più grandi rivoluzioni della storia», commentò. Anzi, leggendola in una dimensione di fede, disse di accoglierla come un “intervento divino“. Come una “grazia”. E se non un fatto divino, ma sicuramente straordinario, fu la visita in Vaticano di Michail Gorbaciov, presidente di Stato sovietico e segretario del partito comunista. La prima volta, a settant’anni da quella Rivoluzione d’Ottobre, che avrebbe dovuto portare i cosacchi ad abbeverare i loro cavalli nelle fontane di piazza San Pietro. E, invece dei cosacchi, era venuto il capo di quell’impero ormai in rovina, ma abbastanza onesto nel riconoscere: “Tutto ciò che è successo nell’Europa orientale in questi ultimi anni non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa”. E il Pontefice, per celebrare la grande festa della libertà, decise di compiere un “pellegrinaggio” nei Paesi ex comunisti, cominciando da quello che gli era stato il più ostile, e il più chiuso al messaggio cristiano: la Cecoslovacchia. Il presidente, Václav Havel, volle ricordare che sei mesi prima, arrestato come nemico dello Stato, era ancora in carcere. E adesso, dava il benvenuto al primo Papa slavo, al primo Papa che metteva piede in quella terra. E, benché laico, e non credente, Havel descrisse stupendamente quella scena: “Non so, se so, cosa sia un miracolo. Nonostante ciò, oso dire che, in questo momento, sto partecipando a un miracolo”.

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