Il mantello che ci salva dalla povertà interiore

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01

Un incontro forte, pieno di verità, quello vissuto da Papa Francesco nella città del Poverello di Assisi. È stato commovente vedere il Pontefice entrare in basilica con il bastone del pellegrino e un mantello ricevuti all’inizio della sua visita. Accorato l’appello del Papa a dar voce ai poveri rendendoli davvero protagonisti della storia e non più presenze “fastidiose”, a stento tollerate. “È tempo – ha affermato – che si spezzi il cerchio dell’indifferenza” dinanzi alla vergognosa “ipocrisia di chi vuole arricchirsi a dismisura” gettando addirittura “la colpa sulle spalle dei più deboli”.

Esiste una povertà che è causa ed effetto di tutte le altre: la povertà interiore. L’avidità dell’egoismo ci impedisce di vedere l’altro come una risorsa e comporta una chiusura al prossimo che diventa condanna all’infelicità. Papa Francesco ha voluto una giornata mondiale dedicata ai poveri per sollecitare una riflessione sulle radici della vera indigenza. E alla quinta edizione ne rafforza il significato anticipandone la celebrazione nella Cittadella della pace e della solidarietà. Ponendo il grido dei poveri a fondamento della vocazione universale dell’Ecclesia.

Alzare muri interiori, opporre resistenza al confronto con i fratelli e le sorelle, provoca l’impossibilità di trasformare la società in comunità. Anche un ricco può essere povero se interiormente è bloccato, fossilizzato, impedito nella capacità di relazionarsi a chi cerca e offre opportunità di dialogo. Sentirsi un’isola, segnare il proprio territorio provoca un impoverimento umano e sociale che è esso stesso motivo di grave disagio. La disoccupazione non è solo un distruttivo fenomeno economico, bensì è il segnale di una collettività che ha smesso di proiettarsi nel futuro e di volersi bene. Investire significa confidare nella positività e proficuità dei rapporti interpersonali. Ridurre le dinamiche socio-economiche ad uno scambio finanziario mortifica la vita individuale e comunitaria, riducendola ad un castello di carta, sganciato dal calore e dalla ricchezza di un contatto che diventa condivisione di ciò che si può costruire solo insieme.

L’infaticabile apostolo della carità, don Oreste Benzi, esortava a edificare la società del gratuito invece di sprofondare in quella del profitto esasperato. Nel Magistero dei Pontefici ricorre la stessa distinzione tra l’economia del dono e il tornaconto egoistico proprio perché l’economia sociale della Chiesa si fonda su un “io” capace di diventare un “noi”. La pandemia ha dimostrato la necessità di una risposta comune ad un problema troppo grave per essere risolto individualmente. La tentazione diabolica di scartare chi è più fragile e apparentemente inutile equivale alla follia criminale che nelle pagine più buie della storia ha scaraventato l’umanità negli abissi più turpi. La vita, dal concepimento al suo termine naturale, resta la più preziosa ricchezza di cui disponiamo, e che sorregge la casa comune da tramandare alle prossime generazioni. Difendere le creature e il creato rappresenta il miglior progetto sul quale poter investire risorse ed energie. Al contrario diventa sempre più difficile ascoltare il grido del povero.

Di fronte abbiamo una crescente povertà invisibile che fingiamo di ignorare, ma che ci scava dentro. Ne sono espressione gli indigenti che non potranno mai chiedere il nostro aiuto, incatenati come sono alle dipendenze, alle moderne forme di tratta e schiavitù, al venir meno di un senso di attaccamento, alla quotidianità che spinge molti nella marginalità. Sta a noi andare a cercarli per offrire il balsamo evangelico della misericordia e della Parola. Dialogare presuppone la disponibilità ad ascoltare e solo l’amore insegna a dialogare senza prevaricare.

Quante volte siamo stati troppo impegnati per accorgerci di chi soffre sotto i nostri occhi? Come possiamo rimediare alla mancanza di attenzione per quanti navigano con noi sulla stessa barca in tempesta? L’emarginazione è il passo decisivo verso la povertà. Gli “indesiderati” non fanno notizia, non scendono in piazza, non gridano al complotto, non diventano mai un problema tangibile, eppure pongono alla nostra coscienza una questione irrinunciabile: il macigno dell’indifferenza che soffoca e impoverisce l’anima. Papa Francesco è solito donare un’effige ai potenti che gli fanno visita: San Martino che dona il mantello al povero. Come dire, se l’ha fatto lui, perché non possiamo farlo anche noi? Nessun luogo meglio della Porziuncola simboleggia la missione della Chiesa povera per i poveri.

Pubblicato su AvvenireAvvenire

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.