Quando la legge non basta, l’odio trova sempre nuove vie

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Fin dalla sua etimologia l’odio ci allontana da Dio, trasformando i nostri sentimenti in pietre scagliate contro i fratelli. È così che Caino spezza l’esistenza di chi gli è più vicino ed è così che in ogni epoca l’odio devasta le mura dei nostri affetti più intimi. L’odio, antica piaga dell’umanità, impedisce la costruzione di relazioni individuali e collettive in grado di combattere il mistero del male. Il divisore per antonomasia, cioè il demonio, sparge sentimenti di odio anche quando pensiamo di combatterlo. Addirittura, ieri come oggi, si utilizzano le armi verbali e reali dell’odio per porre rimedio a pulsioni che al contrario si finisce per alimentare. L’obiettivo di superare ingiuste discriminazioni di razza, censo, orientamento, scade nel suo opposto quando chi dissente viene bersagliato di improperi, minacce, calunnie.

Lo disse chiaramente san Giovanni Paolo II quando si oppose fermamente alla guerra del Golfo. Il mezzo non è mai neutro, anche la finalità più lodevole si umilia ogni qualvolta viene fatto ricorso a metodi metaforicamente e concretamente violenti per centrare il traguardo. La marcia del sale di Gandhi testimonia la non violenza come metodo per contrapporsi alla sopraffazione. Cercare di seppellire l’odio mettendone in circolazione dell’altro rende il peggior servizio alla causa che si intende perseguire. È accaduto, con movimenti iniziati nel mondo con le più apprezzabili ragioni e degenerate in dimostrazioni dello stesso abisso di odio che si proclamava di voler archiviare. Nelson Mandela divenne amico dei carcerieri che lo detenevano ingiustamente al punto da farne i futuri testimoni della sua battaglia pacifica.

La risurrezione di Gesù fu testimoniata per primo da uno dei suoi aguzzini, mentre san Paolo descrisse lacerazioni e crudeli divisioni proprio tra i primi apostoli del Risorto. Il cuore dell’uomo soffre di questa malattia antica, mai curata e sempre pronta a riaffiorare. Non a caso gli adoratori del maligno proclamano di odiare l’amore, amando l’odio. Segno che dal serpente dell’Eden in poi la nostra «casa comune» resta insidiata dagli avvelenatori di pozzi, disposti anche a perire dello stesso veleno che contribuiscono a diffondere. Come la rana di Esopo, gli odiatori seriali, gli haters dei social, trovano nella piazza virtuale il luogo fisico e amorale per gonfiare la loro presenza. Ma l’odio è una pulsione sterile, incapace di edificare il futuro, condannata a guardare senza vedere.

Un’ottusa cecità ben descritta dalla vittima di un atroce sequestro in Colombia che appena liberata disse: «L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena». Nel suo storico viaggio in Iraq, papa Francesco ha lanciato un accorato monito contro l’odio in un luogo devastato da questa turpe perversione dell’animo: la cattedrale siro-cattolica di ‘Nostra Signora della Salvezza’ nel quartiere Karrada di Baghdad, teatro di un sanguinoso attentato costato la vita a 48 persone per le quali è in corso la causa di beatificazione. «L’odio è incompatibile con la religione», ha scandito il Pontefice, esortando i cristiani a rifuggire gli istinti di vendetta e a essere operatori di pace nelle loro comunità. «Spargendo semi di riconciliazione e di convivenza fraterna».

È questa, secondo il Papa, la strada da percorrere per far rinascere la speranza. E per mettersi al riparo dall’odio le cui radici avvelenate riescono a danneggiare anche i raccolti più promettenti. Cadere nelle spire dell’odio è la sorte peggiore perché si perde la capacità di apprezzare la bellezza della concordia. Di fronte all’ostilità, all’inimicizia e al rancore Madre Teresa metteva in guardia dal farsi giustizia da soli ed esortava a essere i primi a chiedere scusa. «Non possiamo perdonare se non sappiamo di aver bisogno di perdono». Solo la misericordia, infatti, può vaccinarci dall’odio in tutti gli ambiti della nostra vita individuale e collettiva. Avere sempre bisogno di scaricare su qualcuno il nostro malanimo è indice di un grave disagio interiore che peggiora alzando muri invece di costruire ponti. Come si esce quindi dall’odio? Cambiando prospettiva e comprendendo, come recita la saggezza popolare, che Dio scrivere diritto anche attraverso le righe storte dell’umanità.

La vendetta, invece, ci rende simili a chi ci ha ferito e impedisce di vedere le nuove vie che il Signore ha preparato per noi. Come nei regimi totalitari si pretendeva di imporre per legge uno pseudo-diritto alla felicità, così non basterà di certo una norma a cancellare i sentimenti negativi, bensì servirà sempre formare le coscienze a provare empatia, condivisione e rispetto, fornendo quotidiano esempio di amore. Tutti coloro che hanno responsabilità nella vita pubblica non dimentichino mai che disarmare l’odio richiede coerenza e armonia, altrimenti si determinano nuove discriminazioni e futuri conflitti. Non basterà scrivere sulla mano ciò che si desidera, occorrerà dimostrare di recare impresso nel cuore il superamento di ogni sentimento d’odio.

Pubblicato su Avvenire (Clicca Qui)

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