I tre cattolicesimi che hanno fatto l’Italia

Mentre il nostro paese lotta contro un'epidemia, un libro ricostruisce il contributo del mondo ecclesiale nella nascita della nazione e nelle epoche più buie

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:04

Ilario Bertoletti pubblica per Scholé il saggio “Cattolicesimi italiani”. Nella storia dell’Italia repubblicana si confrontano tre modelli di cattolicesimo: conservatore, liberale, democratico. Differenze che invitano a declinare al plurale il termine cattolicesimo. Differenze culturali su come concepire il Moderno e la laicità, la dottrina sociale della Chiesa e il mercato, il riconoscimento dell’autorità del Papa, l’eredità del Concilio Vaticano II la questione dell’accoglienza dei migranti.

Sulle orme di Giovanni XXII

Il rinnovamento auspicato e disposto dal Vaticano II non si limita certo a uno o a qualche ambito del vivere ecclesiale, ma tutto lo coinvolge, trasformandolo dall’interno, in ogni struttura visibile e in ogni iniziativa pastorale. Da qui emerge la peculiarità del ventunesimo Concilio ecumenico, convocato da Giovanni XXIII che, come per ispirazione e senza cogliere egli stesso fino in fondo la portata dell’evento, ha avvertito la necessità di radunare simbolicamente tutta la Chiesa, per ripensare il mandato affidatole da Cristo, e aggiornare la sua azione pastorale ai tempi nuovi dell’umanità. “Il nostro lavoro”, chiarisce Giovanni XXIII nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, con la quale apre il Concilio, “non
consiste, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi”.

Il futuro ha un cuore antico

Ora, anche alla luce dei più recenti sviluppi della società attuale, con l’espandersi delle dinamiche globalizzanti e la pervasività del web, portatori di grandi opportunità e insidie, risulta quasi impossibile immaginare la vita ecclesiale senza la svolta impressa dal Concilio, al di fuori della quale, oggi molto più di allora, tante strutture e tante prassi ecclesiali apparirebbero ormai desuete. Da allora, infatti, la Chiesa è stata inserita in uno stato di
continua revisione del suo operato. È un atteggiamento di conversione interiore che costa fatica, e che in più modi può essere ostacolato e accantonato. È più facile, infatti, affermare che ormai il Concilio è terminato ed è stato assimilato; più difficile, invece, è accettare che ancora lo dobbiamo attuare del tutto e che siamo chiamati nuovamente a leggerne i testi e accoglierne le istanze, con spirito disinteressato e libero. Il Vaticano II ha posto, cioè, la Chiesa in uno stato di Concilio permanente, ricordandole che mai può accomodarsi per compiacersi degli obiettivi già raggiunti, o dichiarare ormai conclusa con successo la revisione dei suoi apparati, del suo approccio al mondo e dello spirito con il quale porge il Vangelo all’umanità di oggi. È una salutare inquietudine, la stessa che papa Francesco raccomanda alla Chiesa da quando è stato eletto, e che ci è necessaria per rimanere spiritualmente giovani e gioiosi, e far sì che tutti possano vedere e accogliere la buona notizia, che è il Vangelo.

Le differenze

Le differenze dei tre tipi di cattolicesimo italiano oggi, con il ritorno all’uso politico dei simboli religiosi, diventano divisioni non componibili: da una parte i cattolici liberali e democratici, che rivendicano le radici cristiane della democrazia liberale, dall’altra i cattolici conservatori che, con la sacralizzazione religiosa della politica, aspirano a fondare una identità etnica, illiberale, dello stesso cattolicesimo. Ilario Bertolettidirettore editoriale di Morcelliana e Scholé, ha curato la traduzione di scritti, tra gli altri, di Ricoeur, Aubenque, Adorno, Valadier, Lévinas.

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