MARTEDÌ 14 MAGGIO 2019, 20:12, IN TERRIS


FESTIVAL DI CANNES

Inarritu, il muro e il suo Messico

Il regista, presidente di giuria alla Croisette: "Una barriera non risolve i problemi. Io sono stato accolto benissimo"

REDAZIONE
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Il regista messicano Inarritu
Il regista messicano Inarritu
C'

è il cinema ma non solo nei pensieri di Oscar Alejandro Gonzalez Inarritu, regista messicano e presidente della giuria al Festival di Cannes. O meglio, la celluloide resta il tema centrale e Inarritu ha fatto sapere immediatamente che lui e i suoi colleghi lavoranoo "per non far morire l'esperienza collettiva del cinema". Il che, per lui, non significa precludere ad altri tipi di cinema, rifiutando l'ostracismo mostrato in passato, non ultimo dal suo predecessore Pedro Almodovar: "Non ho assolutamente niente contro l'idea di vedere film sul cellulare, sul computer o sull'Ipad lo faccio anche io, ma vedere un film non vuol dire guardare, non è certo fare una esperienza, il cinema è nato per essere un'esperienza collettiva". La conferenza di presentazione della giuria (della quale fanno parte anche la regista italiana Alice Rohrwacher e la burkinabè Maimouna N'Diaye, oltre ad altri nomi come Elle Fanning, Pawel Pawlikowski, Yorgos Lanthimos, Robin Campillo e Kelly Reichardt), però, non è l'unico punto forte toccato dal regista.


Inarritu e il Messico

A margine dell'incontro con la stampa, Inarritu si è soffermato su alcune questioni non proprio legate alla settima arte, esprimendo il suo parere su quanto si vive al confine tra Messico e Stati Uniti. Non è la prima volta e, nuovamente, ribadisce quanto già detto: "Non sono un politico e quindi cerco di parlare con il mio lavoro, con il mio sguardo come ho fatto già due anni fa raccontando ciò che vedevo dei miei compatrioti nel video in realtà virtuale Carne y Arena che portai proprio qui a Cannes". E precisa: "Temo che le parole del presidente Trump alzino la soglia della paura e l'ignoranza della realtà è sempre pericolosa. In America io sono stato accolto a braccia aperte e ho sempre potuto fare il mio lavoro in condizioni privilegiate. Qualcosa che non dimentico e per cui sarò sempre grato. Ma quando vedo che i miei fratelli messicani, anche quelli che stanno negli Stati Uniti da anni, non hanno gli stessi diritti e vengono come 'cancellati', allora ne soffro. E un muro certo non migliora le cose, da nessuna delle due parti".

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