Zaporizhzhya, Ing. Trenta: “Ecco qual è una delle maggiori criticità nella centrale nucleare ucraina”

L'intervista di Interris.it all'Ing. Fabrizio Trenta, dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare (ISIN)

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La situazione di guerra intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzja si è intensificata nel mese di agosto e continua a preoccupare le cancellerie internazionali e soprattutto la popolazione ucraina. Dopo che Interris.it ha analizzato i possibili scenari in un’inchiesta pubblicata ieri, abbiamo intervistato l’Ing. Fabrizio Trenta dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare (ISIN), l’autorità che partecipa, in rappresentanza dell’Italia, all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Dal 2004 all’ISIN, l’ing. Trenta è il Coordinatore dei progetti di disattivazione delle centrali nucleari di Trino, Caorso e Garigliano. Inoltre è il punto di contatto nazionale per l’IAEA per la Convenzione sulla sicurezza nucleare, il Piano Consolidato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, il Sistema di notifica ed analisi per incidenti presso gli impianti del ciclo del combustibile nucleare.

Ing. Trenta, la centrale di Zaporizhzja rispetta gli standard di sicurezza internazionali?

“La centrale di Zaporizhzja, pur essendo una centrale di concezione sovietica costruita negli anni ’80, rispetta gli standard internazionali. A seguito dell’incidente di Fukushima del 2011, l’Ucraina ha partecipato alla verifica straordinaria sulla sicurezza delle centrali nucleari promossa dall’Unione Europea, denominata Stress Test, per testare la loro resistenza ad eventi naturali estremi e la capacità di fronteggiare situazioni in cui la funzionalità dei sistemi di sicurezza dovesse degradarsi o venire compromessa come, ad esempio, l’assenza di alimentazione elettrica esterna, l’allagamento di aree vitali, la capacità di asportare il calore residuo generato dal combustibile nucleare. A valle degli Stress Test, effettuati sulla base degli standard di sicurezza internazionali, sono state apportate migliorie che hanno permesso di aumentare la robustezza ed i margini di sicurezza degli impianti”.

Nel disastro di Fukushima vi fu un blocco dei sistemi di raffreddamento del nocciolo – prima col terremoto di quelli ordinari, pochi minuti dopo con lo tsunami di quelli d’emergenza – che portò alla fusione. Lo scorso 25 agosto, per la prima volta, la centrale nucleare di Zaporizhzhja è stata temporaneamente disconnessa dalla rete elettrica. Cosa accadrebbe in caso di blocco dell’energia elettrica persistente? Ci potrebbe essere un meltdown?

“La mancanza di alimentazione elettrica e la perdita dei sistemi tramite i quali dissipare il calore di decadimento del combustibile, evitando così la crescita incontrollata della sua temperatura con conseguente generazione d’idrogeno e poi fusione (meltdown), sono due scenari considerati nel corso degli Stress Test sull’impianto. Per fronteggiare questo scenario, sono state aumentate le ridondanze dei generatori elettrici di emergenza, costituiti complessivamente da 20 generatori diesel per le 6 unità, sono stati creati punti di allaccio rapido di immissione di acqua dall’esterno e sono stati installati ricombinatori di idrogeno passivi per prevenire le esplosioni avvenute a Fukushima. A questo va aggiunto che, oltre alle 72 ore di autonomia assicurate dai generatori diesel per garantire la refrigerazione, gli impianti sovietici hanno la caratteristica di essere dotati di generatori di vapore con quantità di acqua molto più elevate rispetto a quelli occidentali che, in caso di perdita di qualunque funzione di sicurezza, possono garantire tempistiche per intervenire sull’impianto più lunghe rispetto alle centrali occidentali. Ovviamente se non si interviene in questo lasso di tempo per ripristinare i sistemi di refrigerazione del combustibile, si potrebbe andare verso il meltdown”.

Nel disastro di Chernobyl una nube radioattiva causata dall’esplosione del reattore si propagò in gran parte dell’Europa fino a raggiungere la pianura padana. Nella vostra nota dell’11 agosto voi scrivete che “le conseguenze di incidenti richiederebbero un’evacuazione nel raggio di 20 km e di riparo al chiuso nel raggio di 100 km, pertanto con un impatto significativo per la popolazione Ucraina”. Ritenete che esista la possibilità che un eventuale rilascio radioattivo possa propagarsi in Europa, Russia e Medio Oriente?

“L’ISIN, con il proprio Centro per le Emergenze nucleari e radiologiche, fornisce ogni giorno simulazioni ed analisi al Dipartimento di protezione civile basate su un possibile scenario incidentale presso la centrale di Zaporizhja e, attraverso i dati meteo forniti dall’Aeronautica militare, segue l’evoluzione spazio/temporale della possibile nube radioattiva che si genererebbe da tale incidente. Le simulazioni condotte fino ad oggi mostrano che potrebbero essere interessati dal passaggio della nube, oltre all’Ucraina anche i Paesi confinanti, Russia compresa, e la parte orientale dell’Europa. In ogni caso la distanza ed i venti hanno un’azione diluitiva della radioattività trasportata dalla nube e, pertanto, le contromisure di sanità pubblica da adottare vanno a decrescere man mano che ci si allontana dal luogo dell’incidente, fino ad annullarsi. In ogni caso è comunque molto importante che anche i Paesi più distanti siano in grado in tali circostanze di effettuare un continuo monitoraggio della radioattività ambientale. Al riguardo, tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, sono comunque ben attrezzati”.

L’area di stoccaggio a secco del combustibile nucleare esaurito è adiacente ai reattori. Cosa potrebbe accadere in caso di bombardamento?

“Va considerato che il combustibile nucleare esaurito viene stoccato a secco quando la sua capacità di generare calore si è molto ridotta, al punto che è sufficiente uno scambio termico per convezione in aria per poterlo rimuovere. Inoltre, in condizioni di stoccaggio a secco gli elementi di combustibili vengono collocati in contenitori ad elevata resistenza. In caso di un bombardamento dell’area di stoccaggio del combustibile, a seconda dell’intensità, le strutture di contenimento del combustibile potrebbero danneggiarsi ed essere liberata della radioattività che andrebbe a contaminare le zone circostanti l’impianto, rendendo eventualmente necessario attuare alcune contromisure di sanità pubblica per la popolazione locale”.

Dal 4 marzo scorso la centrale è occupata dalle forze armate russe, tuttavia vi lavorano i tecnici ucraini. Inoltre il numero di dipendenti regolamentare a tempo pieno era di 12 mila persone, mentre adesso vi lavorano meno di 2mila persone. Quali possono essere le conseguenze di questa situazione delle risorse umane della centrale?

“Come più volte ha ricordato il Direttore Generale della IAEA Rafael Grossi, il mantenimento delle corrette condizioni di lavoro del personale in una centrale nucleare rappresenta uno dei sette pilastri per la gestione in sicurezza di un impianto nucleare. La mancanza di adeguati turni di ricambio, la pressione a cui sono sottoposti gli operatori costantemente sotto minaccia delle truppe russe, rappresenta oggi una delle maggiori criticità nella centrale, che potrebbe condurre ad un errore umano da parte del personale con conseguenti ripercussioni sulla sicurezza della centrale”.

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