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Schiavello: “Mine antipersona, un’eredità di morte”

Ormai di Convenzioni ne abbiamo tante ma tutti i giorni vediamo abusi da parte di chi poi presenta ragionamenti complicati e cavilli, finendo così per delegittimarle. Sarebbe una buona prassi che chi sceglie di utilizzare armi con effetti comprovatamente indiscriminati, capaci di colpire più civili che militari, nei centri abitati, sia poi chiamato a risarcire le vittime di questi ordigni”. Parole chiare e ferme quelle di Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine (Cicm) a Interris.it in occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione e l’assistenza all’azione contro le mine. Considerazioni dettate dall’aumento delle vittime di mine antipersona o residuati bellici esplosivi, per la maggior parte civili, registrato nel 2022 dalla Campagna internazionale per la messa a bando delle mine e dal triste “record” di persone colpite dalle munizioni a grappolo sempre in quell’anno, mentre restano sottofinanziate le attività di assistenza e di sostegno a chi è rimasto coinvolto nella detonazione di un ordigno.

Qualche numero

I dati che riguardano gli incidenti legati alle mine antipersona, bandite dal 1997 dalla Convenzione sulla proibizione dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e del trasferimento delle mine antipersona e sulla loro distruzione, nota anche come Trattato di Ottawa, entrata in vigore nel 1999, sono messi nero su bianco nella 25esima edizione del rapporto di monitoraggio annuale della Campagna internazionale, il Landmine Monitor. In base al documento, in 49 Stati e in due aree sono state ferite o uccise da mine terrestri o residuati bellici esplosivi 4.710 persone, l’85% civili, la metà dei quali (1.171) bambini. Se la Siria, risucchiata da tredici anni di guerra civile, è il Paese dove si è registrato il numero più alto in assoluto (834), l’Ucraina, invasa dalla Russia il 24 febbraio 2022, ha visto le vittime civili passare dalle 58 del 2021 alle 608 dell’anno seguente. L’indagine riporta l’utilizzo di questi ordigni sia da parte della Russia in Ucraina che di Myanmar. A proposito del teatro di guerra sul lato orientale dell’Europa, il 14° Cluster Munition Monitor, l’omologo studio dedicato alle munizioni a grappolo realizzato dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo, presentato lo scorso settembre a Ginevra, in Svizzera, riporta che queste bombe sarebbero state utilizzate sia dall’esercito russo che, in misura minore, da quello ucraino – e proprio tra i civili ucraini si conta il maggior numero di vittime di cluster bomb, 890 sulle 1.172 totali del 2022. Tornando al Landmine Monitor, i più alti livelli di contaminazione da mine terrestri tra i 60 Paesi interessati nel 2022 si sono registrati in Afghanistan, Bosnia ed Erzegovina, Cambogia, Croazia, Etiopia, Iraq, Turchia e Ucraina, dove il proseguo del conflitto aggrava la situazione. Al capitolo aiuti, il sostegno finanziario complessivo all’azione contro le mine è stato di poco inferiore al miliardo di dollari, il 52% in più rispetto all’anno precedente, ed è stato affrontato principalmente da Stati Uniti e Unione europea. Registra un aumento (+47%) anche il finanziamento per l’assistenza alle vittime, rappresentando il 5% del totale (37,6 milioni).

L’intervista

Direttore, che tipi di ordigni esplosivi esistono?

“Le Convenzioni esistenti riguardano quelli aventi effetti indiscriminati, le mine antipersona, le munizioni a grappolo, in inglese cluster bomb, e i residuati bellici esplosivi, dalle bombe a mano a quelle di artiglieria lanciata dagli aerei. Le mine vengono utilizzate nei contesti bellici da chi non ha aderito al Trattato di Ottawa, ma ci sono territori non ancora bonificati da mine posizionate durante guerre precedenti la nascita della Convenzione. Per esempio in Cambogia si trovano ancora le submunizioni delle mine a grappolo, come in Italia ritroviamo oggi le bombe nelle zone soggette ai raid durante la Seconda guerra mondiale”.

Cosa sono le cluster bomb?

“Parliamo di bombe progettate per contenere centinaia di submunizioni che al momento della detonazione si disperdono fino a coprire un’area grande quanto un campo di calcio. Queste armi sono state pensate per mettere fuori uso le infrastrutture, ma le hanno usate anche sui centri abitati. La loro pericolosità inoltre sta nel fatto che ne rimane inesploso fino al 15%, anche se le aziende produttrici sostenevano fosse l’1%, ed essendo molti instabili possono essere attivate anche da un colpo di vento”.

Quali danni provocano tutti questi ordigni?

“Dipende dalla potenza dell’esplosivo, le cluster bomb sono anche più potenti delle mine. Causano la morte in oltre il 60% dei casi, anche perché spesso la possibilità di dare soccorso tempestivo in un’area rurale piuttosto che in una città è minore. Ma anche invalidità dovuta alle amputazioni degli arti o la perdita della vista”.

Chi sono le vittime “tipiche”?

“Nei periodi non bellici il 90% delle vittime delle mine antipersona e degli ordigni inesplosi sono civili, magari quando vanno a recuperare dei materiali e ne maneggiano qualcuna. Quasi la metà sono bambini, perché sono attratti dal loro colore, dalla loro forma”.

Quali sono i Paesi più “contaminati”?

“Tutti i luoghi dove ci sono state o sono in corso guerre decennali e nei Paesi che non hanno ancora completato le bonifiche. L’Afghanistan, la Siria, lo Yemen, ma anche la Colombia, dove ci sono stati scontri tra l’esercito e varie formazioni armate, seppure in questo caso si siano utilizzati più che altro ordigni esplosivi artigianali, instabili e pericolosi. Credo che, quando la guerra finirà e tutti speriamo succeda presto, sarà in Ucraina che troveremo la situazione peggiore. Le bonifiche, che richiedono tempi lunghissimi, potrebbero durare decenni”.

Territori contaminati da mine significa non poterli attraversare, abitare, coltivare, o comunque farlo a proprio rischio e pericolo?

“Dato che questi ordigni inesplosi possono restare attivi anche per cento anni, rappresentano un’eredità di morte che viene lasciata nei terreni anche a fini che noi definiamo terroristici. Impediscono di tornare a una vita normale, soprattutto nei Paesi a vocazione agricola o di pastorizia, impattando quindi sui diritti umani. Possono essere utilizzate infatti con delle mappature o seminate a casaccio o piazzate nelle case, nei pozzi, nelle risaie. Se in una famiglia una persona viene ferita o mutilata diventa un peso per la comunità e si pone poi il problema di chi se ne prenderà cura”.

In un quarto di secolo di campagne contro queste armi, quali risultati sono stati raggiunti?

“Quando la Campagna internazionale perseguiva la messa al bando delle mine nel mondo c’era una vittima ogni 20 minuti, se ne registravano 20mila all’anno. Poi negli anni 164 Stati hanno aderito alla Convenzione e col blocco della produzione e del commercio c’è stata una grande diminuzione degli incidenti. Ma con lo scoppio di nuovi conflitti assistiamo a una recrudescenza”.

Chi sono i principali produttori?

“Le mine antipersona le realizzano solo alcuni stabilimenti militari in Pakistan e Myanmar, mentre continuano a produrre munizioni a grappolo sette grandi aziende in Cina, Brasile, India e Singapore”.

In cosa consiste l’azione contro le mine?

“I cinque pilastri della mine action sono l’universalizzazione di queste Convenzioni, l’educazione al rischio mine (risk education) informando e aumentando la consapevolezza della popolazione, la distruzione degli stoccaggi, la bonifica umanitaria e l’assistenza alle vittime e il loro reinserimento socio-economico. La parte diplomatica serve a coordinare gli sforzi a livello internazionale, le buone pratiche, le linee guida di sicurezza, la condivisione e lo scambio di informazioni, come i database sulle tipologie di ordigni o gli interventi nelle aree bonificate. I soldi per tutte queste attività saranno sempre troppo pochi, c’è una sproporzione tra i fondi per l’azione contro le mine e gli investimenti miliardari in queste armi. La bonifica è un’attività molto pericolosa, va fatta sotto la supervisione di tecnici e richiede una grande competenza tecnico-militare, e la distruzione di questi stock ha costi enormi per cui alcuni Paesi faticano a metterla in pratica”.

La visione che ha portato al Trattato di Ottawa del 1997 – e il nostro Paese prima a bandire le mine, con la legge 374/1997, poi a vietare gli investimenti in società all’estero che le producono, con la 220/2021 –, c’è ancora o il mondo si sta riarmando?

“Secondo me c’è ancora e anche molto di più. Migliaia di organizzazioni nel mondo si battono per il disarmo umanitario e sono impegnate nella denuncia della corsa al riarmo. Il problema è che i Paesi reagiscono con una logica emergenziale invece che sul piano diplomatico, si parla della spesa militare al 2% ma non dei fondi per la cooperazione internazionale – c’è un gap tra quanto si dovrebbe spendere e quanto si dà realmente. Fermo restando il diritto alla difesa, c’è un divario tra il lavoro per il riarmo e quello per la cooperazione. C’è da domandarsi se alla diplomazia siano stati dati gli stessi strumenti e io non lo credo”.

Lorenzo Cipolla

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