Prof. Ojetti: “Il mio impegno come segretario nazionale Amci”

Intervista di Interris.it al prof. Stefano Ojetti, recentemente eletto segretario nazionale dell'Associazione medici cattolici italiani

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Nel corso del 27esimo congresso nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani dal titolo “La vita Emergenza Culturale, Etica, Educativa e Sociale” che si è svolto a Roma, il professor Stefano Ojetti, medico chirurgo, è stato eletto segretario nazionale dell’Amci. Come presidente dell’Associazione, i soci hanno riconfermato il professor Filippo Boscia.

L’Amci

Nata nel 1944, l’associazione promuove la formazione morale, scientifica e professionale dei medici, ispirandosi ai principi della Dottrina Cattolica e nel fedele rispetto del Magistero della Chiesa; educa i Soci alla retta corresponsabilità ecclesiale praticando anche un’efficace attività caritativa nell’esercizio della professione; collabora attivamente con la Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali, è presente nella Consulta Nazionale della Pastorale Sanitaria della CEI.

L’intervista

Proprio sui temi riguardanti la tutela della vita, dal suo concepimento sino alla fine naturale, ma anche su cosa significa questa nuova responsabilità, Interris.it ha intervistato il nuovo segretario nazionale dell’Amci, il professore Stefano Ojetti.

Professore, recentemente è stato eletto segretario nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani. Cosa significa questa responsabilità per lei?

“Certamente rivestire il ruolo di Segretario Nazionale dell’AMCI comporta responsabilità, ma soprattutto un impegno a ben operare al fine di portare avanti quei valori etici per i quali combattiamo da quando è stata fondata la nostra Associazione nel 1944. In un momento di pandemia, quale quello che stiamo vivendo, occorre infatti lavorare insieme per cercare di superare le disparità sociali che in questo periodo si sono ancor più evidenziate. Mi riferisco in particolar modo alla medicina diseguale che purtroppo regna nel nostro Paese e che fa sì che ad oggi, sono quasi sei i milioni di cittadini che vivono in assoluta povertà e che quindi con difficoltà hanno accesso alle cure”.

Quali sono gli impegni che come segretario nazionale Amci intende portare avanti?

“E’ nostro compito di medici, e ancor più se cattolici, intervenire soprattutto nel campo delle fragilità; mi riferisco in particolar modo ai minori, alle ragazze madri che spesso per necessità economiche pensano all’aborto, ai disabili fisici e intellettivi, ai malati terminali, agli anziani, agli immigrati, ai cronici. A tale fine già esistono numerosi ambulatori dove i nostri medici prestano servizio gratuitamente, spesso in associazione con le Caritas; l’intenzione e l’auspicio è che siano sempre più numerosi questi luoghi di accoglienza e di cura. Fare il medico non è soltanto prendere una laurea in medicina o una specializzazione, ma è una forma mentis, un habitus comportamentale, una preparazione che coinvolge totalmente il professionista; non si tratta solo di fare diagnosi o prescrivere una adeguata terapia, ma è farsi carico dell’altro cercando di penetrare con discrezione nel suo vissuto, di trasferire la propria scienza e agire con coscienza verso il sofferente, capirne i timori, donargli speranza migliorando la sua condizione di sofferenza, fargli capire che tu sei con lui e che il tuo non è un semplice rapporto professionale ma qualcosa di più profondo. Cercare quindi, non solo di curare la malattia ma ‘prendersi cura’ della persona che è molto di più”.

Negli ultimi mesi troppo spesso si sente parlare del referendum sull’eutanasia legale o, come forse sarebbe più giusto chiamarlo, del suicidio del consenziente. Come mai questa cultura della morte sembra avanzare senza freni?

“Il linguaggio, come le sigle, servono spesso ad edulcorare ciò che si vuol far passare nella comunicazione come cosa lecita, ‘gestazione per altri, maternità surrogata, IVG, DAT’, ma la sostanza non cambia. Anche in questo caso, infatti, si può chiamare ‘suicidio del consenziente, dolce morte, atto d’amore’ ma la realtà è che, di fatto, un essere umano viene privato della vita. E’ eticamente accettabile che ci si preoccupi più di trovare strumenti e risorse per assicurare una ‘buona morte’ piuttosto che al contrario assicurare una vita dignitosa anche nella malattia a chi vuol vivere? E’ certamente molto più facile, ed economicamente più conveniente per lo Stato, infatti, sostenere il ‘suicidio assistito’ piuttosto che farsi carico della persona al crepuscolo della propria esistenza che per ragioni psico sociali spesso si trova costretta ad una richiesta eutanasica. Non desideriamo parlare di Eutanasia per i nostri fratelli sofferenti, ma piuttosto di Eubiosìa, cercando quindi di assicurare un fine vita sereno, nel rispetto della dignità del malato terminale. Per far questo dovremo impegnarci a far sì che venga rispettata e applicata su larga scala la L. 38 (15 marzo 2010) sulle cure palliative per assicurare il controllo del dolore e la migliore assistenza al malato terminale. Quel che è certo è che mai, comunque, accetteremo di dover dare la morte tradendo il giuramento d’Ippocrate e rivendicando, in caso di approvazione della legge, il diritto all’obiezione di coscienza”.

Non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo si parla dell’aborto come “normalità”, ponendo come giustificazione il “diritto della donna” di decidere sul suo corpo. E’ realmente così?

“Nell’affrontare la problematica dell’IVG, non si può non tener conto del progresso tecnologico in ambito scientifico che, rispetto all’epoca della legiferazione della 194/78 nel nostro Paese, ha aperto orizzonti nuovi riguardo all’embrione rispetto a quello che allora veniva definito ‘grumo di sangue’. Oggi infatti rispetto ad allora, ad esempio attraverso l’ecografia, siamo in grado di ascoltare addirittura il battito cardiaco fetale intorno alla sesta settimana di vita. Il tema del diritto è molto complesso e delicato perché se è vero che all’applicazione della L. 194 esisteva soltanto un soggetto di diritto che era rappresentato dalla donna la quale, in base al principio di autodeterminazione ‘il corpo è mio e lo gestisco io’, paragonandolo quasi ad una sorta di contenitore di esclusiva proprietà, era la sola a decidere, oggi è dimostrato che con l’aborto si interrompe una vita. A tale proposito il Santo Padre è stato molto chiaro definendo omicidio l’aborto e sicari coloro che lo praticano. Ecco che allora oggi si presenta un altro soggetto di diritto, l’embrione, che ancor più diviene soggetto di diritto nel momento in cui si trova nella condizione di essere privato della vita. Risulta del tutto evidente infatti che, allo stato attuale, la L. 194 così come concepita risulta obsoleta, negando un diritto anche al padre che, attualmente, nulla può giuridicamente rivendicare riguardo la vita del proprio figlio”.

E’ ormai un dato assodato come in Italia nascano troppi pochi bambini. C’è chi chiede che vengano dati aiuti fiscali per incentivare le nascite. Sarebbe sufficiente?

“Certamente l’incentivo economico in ogni sua forma potrebbe rappresentare una forma di aiuto alle famiglie, ma credo che purtroppo il problema sia più di tipo culturale che economico, lo dimostrano infatti anche le famiglie agiate che molto spesso non hanno più di due figli. I dati Istat confermano infatti un ulteriore aumento dell’età media, con un minimo di nascite e un massimo di decessi, essendo sceso il tasso di fecondità dal 3.01 dell’immediato dopoguerra al 1.24 dell’attuale.  Al raggiungimento di tale denatalità, hanno poi contribuito vari fattori, come l’aumento della sterilità di coppia, la contraccezione e l’aborto. E’ inoltre cambiato il modo di vivere, un tempo esistevano le famiglie patriarcali dove insieme vivevano i coniugi con i figli, genitori, nonni, fratelli e sorelle, oggi le famiglie sono divise; gli anziani vivono con le badanti, i figli sono lasciati da soli per ore davanti alla tv, i genitori pensano più alla carriera che alla propria famiglia. Viene addirittura messa in discussione l’unica vera famiglia, cosi come prevista dall’art. 29 della nostra Costituzione, ‘come società naturale fondata sul matrimonio’ e la si cerca di sostituire con altri tipi di famiglia, allargata a più persone senza che necessariamente ci debba essere l’eterosessualità e il fine procreativo come fondamento. Si comprende bene, quindi, che senza un cambiamento culturale di apertura alla vita, ‘l’inverno demografico freddo e buio’, così come l’ha definito Papa Francesco, sia destinato ulteriormente a peggiorare. Occorrerà pertanto agire in più direzioni, sostenendo concretamente il welfare familiare con incentivi economici mirati alla crescita demografica, indirizzando la ricerca scientifica a che operi con maggior impegno nella cura della sterilità di coppia ed educando infine i giovani alla cultura della vita piuttosto che a quella della morte”.

Come istituzioni e associazioni potrebbero promuovere la cultura della vita e far capire che va rispettata dal concepimento alla sua fine naturale?

“La prima educazione che i giovani ricevono è nell’ambito familiare, la seconda istituzione che provvede all’insegnamento educativo è la scuola, la terza ed ultima è rappresentata dallo Stato. Ne esiste una quarta che è rappresentata dalla Chiesa attraverso un percorso educativo confessionale. Occorre che tutte queste realtà agiscano in sinergia avendo come unico fine l’educazione al rispetto dell’altro, l’apertura alla vita, il rifiuto della violenza e della cultura di morte che oggi purtroppo tende sempre più ad avanzare nella nostra società. Più amore coniugale in famiglia, meno separazioni e più assunzione di responsabilità genitoriale con l’impegno a che il sì sia per ‘sempre’, e che la famiglia sia salvaguardata sempre e comunque come bene prezioso e valore di riferimento per i nostri giovani. La scuola educhi al rispetto dell’altro eliminando energicamente gli atti di bullismo dove “il più forte” vuole sopraffare il più debole, educhi all’educazione civica e faccia comprendere come i giovani d’oggi saranno gli uomini di domani. Lo Stato condanni ogni forma di violenza, combatta la pornografia, lo schiavismo sessuale, le ingiustizie sociali, legiferi per e non contro la vita dal suo inizio fino al suo termine naturale; sostenga le famiglie in difficoltà e riconosca, come previsto dall’art. 4 della Costituzione, il diritto al lavoro. E da ultimo la Chiesa riprenda a trecentosessanta gradi il suo ruolo educazionale di riferimento soprattutto nelle periferie difficili, dove distinguere il bene dal male diventa complesso avendo spesso come valori di riferimento il denaro facile, la droga e dove la soluzione di ogni problema spesso si trova nel fondo di una bottiglia. Soltanto se saremo in grado di capire tutto ciò allora saremo anche capaci non soltanto di insegnare, ma di essere anche esempio per i nostri giovani che cosi potranno distinguere il bene dal male, e vivere la cultura della vita piuttosto che quella della morte”.

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