Don Pedrana (APG23): “Il mio Natale nelle fogne di Bucarest con i dimenticati”

L'intervista a don Federico Pedrana, sacerdote della Comunità Papa Giovanni, sul suo Natale con i "dimenticati" delle fogne di Bucarest

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Don Federico Pedrana

“Non possiamo non aprire le nostre porte a quei ragazzi che ci chiedono un letto, un piatto di minestra, e un po’ di calore famigliare. Specie a Natale”.  Lo racconta, a Interrsi.it, don Federico Pedrana, sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII che, sulle orme del fondatore don Oreste Benzi, i poveri li va a cercare lì dove vivono: in strada, nelle stazioni e … nelle fogne. Sì, nelle fogne. Perché don Federico, sacerdote di Como, vive dal 2007 la sua missione all’estero, a Bucarest, travagliata capitale della Romania. Con quei giovani abbandonati dalla famiglia, allontanati dalla società, dimenticati da tutti, don Federico ha passato anche questo Santo Natale, con il pensiero rivolto all’Italia in un giorno importante per la Comunità.

Don Oreste Benzi alla Festa del Riconoscimento

La festa del Riconoscimento della Apg23

La Comunità Papa Giovanni XXIII si riunisce oggi a Rimini come ogni 26 dicembre da 37 anni, per la Festa del Riconoscimento: una liturgia speciale che celebra la rinascita alla vita dei ragazzi che hanno concluso il programma terapeutico per vincere le dipendenze. La prima messa del riconoscimento fu celebrata da don Oreste Benzi nel lontano 1984, con i primi 7 giovani liberati dalla droga. La Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto nel 1980 la prima comunità terapeutica per il recupero delle persone con dipendenze patologiche. Oggi ne gestisce 34 – 22 in Italia e 12 all’estero — in cui sono accolte oltre 300 persone.

La fase finale del percorso di recupero può essere svolta in strutture di accoglienza, come la casa di don Pedrana, dove i ragazzi che stanno uscendo dalla tossicodipendenza si fanno prossimi degli ultimi mettendosi al servizio umile con i clochard. Con i quali, spesso, hanno condiviso la drammatica esperienza della strada nei loro anni più bui. Chiediamo a don Pedrana com’è vivere il Natale con la sua famiglia speciale. E le cause che portano tanti giovani a diventare dei “dimenticati” nelle fogne di Bucarest.

Don Federico Pedrana

L’intervista a don Federico Pedrana

Ciao don, vuoi parlarci della tua missione come sacerdote e membro della Comunità Papa Giovanni in Romania?
“Qui in Romania ho una casa di accoglienza che in questo periodo ospita dei senza fissa dimora, sette o otto, che vengono tutti dal mondo della strada e dunque dalla tossicodipendenza o dall’alcool. Poi  qui ci vivo io e in questo momento anche tre caschi bianchi italiani”.

Come avete vissuto l’Avvento?
“Prima del Natale, abbiamo fatto tre giorni di deserto e ritiro in preparazione della nascita di Gesù. Per loro è stato un momento molto significativo”.

Perché? Cosa hanno in comune con la Sacra Famiglia?
“Perché vengono dalla strada, vale a dire dal mondo della sofferenza, dell’abbandono. I ragazzi che vivono nelle fogne sono un po’ i dimenticati, gli appestati, della società rumena. Loro si rivedono in Gesù, Giuseppe e Maria: nelle sofferenza, nelle fatiche, nell’esilio vissuto dalla Sacra Famiglia prima e dopo che Gesù nascesse”.

I ragazzi che hai accolto vivevano nelle famose fogne di Bucarest?
“Alcuni di loro sì. Nello specifico, due dei ragazzi accolti sono cresciuti nelle fogne. Ora sono diventati adulti. Sono chiamate fogne, ma non sono gli scarichi dei liquami. Sono delle gallerie sotterranee dove passano le tubature dell’acqua calda. In inverno i clochard ci passavano la notte per scaldarsi. Sono posti insalubri, senza bagni, bui, molto umidi. Ora il governo rumeno le ha chiuse quasi tutte, eccetto un paio. Perciò molti dei ragazzi che ospito li ho ‘scovati’ in giro, all’addiaccio nelle strade o sui marciapiedi, nei sottoscala dei palazzi, nei vagoni dei treni in deposito notturno o nelle case abbandonate”.

Quali sono le conseguenze per i ragazzi cresciuti nelle fogne o in strada?
“Sono molteplici e ovviamente negative. Per esempio la paura di essere abbandonati; poca fiducia in se stessi e negli altri e una grande fatica a mettere radici e ricomporre la propria vita; prima – vivendo in strada in tanti luoghi diversi – era molto frammentata”.

Come è possibile che dei bambini o dei ragazzi finiscano a vivere nelle fogne?
“In genere perché sono figli di persone molto povere che vivevano in strada o ci erano finiti dopo un tracollo economico”.

Voi andate a incontrare i poveri nelle strade. Come fate concretamente?
“Noi usciamo almeno tre volte a settimana per i vicoli di Bucarest, alla stazione come nei parchi, alla ricerca dei senzatetto per portare cibo, vestiti, medicine e invitarli a vivere in strutture organizzate come le comunità di accoglienza. Lo abbiamo fatto anche nei giorni subito prima il Natale. Il nostro servizio non si limita ai ragazzi in strada. Andiamo anche negli orfanotrofi per stare con i bambini e con gli adulti disabili e frequentiamo anche i quartieri dove c’è molto degrado, soprattutto le famiglie Rom”.

Vuoi raccontarci una storia che ti ha colpito dei senza tetto che hai incontrato in queste notti natalizie?
“Le storie hanno tutte in comune l’abbandono. Un ragazzo conosciuto in queste ultime notti che ora vive da noi è stato abbandonato dalla madre sotto un ponte quando aveva quattro mesi. Lì, da quanto racconta, il primo ad averlo accudito è stato un cane. E’ la storia di Gesù che nasce in una grotta e a scaldarlo dal freddo della notte ci sono il bue e l’asino. Il cane l’ha scaldato e poi è stato trovato e cresciuto in orfanotrofio. Ci sono anche storie a lieto fine. Un ragazzo nato e cresciuto fino a 18 anni in orfanotrofio, ha conosciuto la famiglia a venti anni ma era troppo tardi per vivere con loro. Ha fatto una ventina d’anni in strada, come senza tetto, e ora che ha 40 anni sta da noi. Ha imparato un mestiere, il panettiere, e da noi fa il cuoco. Ha trovato la famiglia che non ha mai avuto”.

Don pedrana con gli accolti nella sua casa a Bucarest in una foto del luglio del 2020

Come procede la campagna vaccinale in Romania?
“La campagna vaccinale anticovid qui è quasi a zero. Non perché non ci sono i vaccini, ma perché le persone hanno paura che il vaccino faccia male. Hanno più paura di morire di vaccino che di Covid. Ma, nella realtà, muoiono di Covid: fino a qualche settimana fa, in Romania morivano a causa delle complicanze del coronavirus 400 persone al giorno!”.

La povertà è ancora presente?
“Sì, a causa del Covid le famiglie sono molto più povere di prima, e prima non erano ricche! Per esempio, pochi giorni fa abbiamo trovato una famiglia di quattro persone, con uno dei figli disabile grave, che dormivano in casa tutti per terra. Non avevano i soldi neppure per comprarsi un materasso. Gli abbiamo portato dei materassi e anche un abete e un piccolo presepe, per fare Natale: nonostante tutto c’è ancora speranza”.

Come avete vissuto questo Santo Natale?
“Qui in casa, nella mia famiglia di persone speciali. E’ stato molto bello. Nei giorni precedenti abbiamo preparato dei regali. Il 25 abbiamo invitato degli altri senza fissa dimora, presi in strada, abbiamo pranzato tutti insieme e abbiamo giocato a tombola; i premi erano per loro. Sono i ragazzi che vivono con me che hanno accolto le persone che ancora vivono in strada, preparando loro i regali, il pranzo, offrendo la doccia e i vestiti puliti per fare festa insieme. Perciò i ragazzi prima dimenticati, ora che hanno una famiglia  aiutano gli altri a uscire dalla strada. Questo è davvero un Natale di speranza: le fogne sono solo un ricordo lontano”.

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