Novelli (Greenpeace): “Le api stanno morendo. Ecco perché dobbiamo salvarle”

"Le api fanno molto più del miele": l'intervista a Ivan Novelli, Presidente Greenpeace, sul ruolo chiave che svolgono questi insetti per l'ambiente e per la sopravvivenza dell'uomo

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Il presidente di Greenpeace Italia, Ivan Novelli

Il ruolo delle api è fondamentale per la produzione alimentare e per l’ambiente. E, in questo, sono aiutate anche da altri insetti come bombi o farfalle. Un terzo del nostro cibo infatti dipende dall’impollinazione degli insetti: solo in Europa, oltre 4.000 tipi di verdure.Se questi preziosi insetti sparissero, le conseguenze sulla produzione alimentare sarebbero devastanti. Chi impollinerebbe le coltivazioni? L’impollinazione artificiale è una pratica faticosa, lenta e costosa. Il valore di questo servizio, offerto gratis dalle api di tutto il mondo, è stato stimato in circa 265 miliardi di euro all’anno.

Difendere le api è quindi nel nostro interesse, anche da un punto di vista economico. Purtroppo, le api sono stanno morendo minacciate da diversi fattori, non ultimi i cambiamenti climatici. Ma anche a causa scelte politiche di corto respiro, che se nell’immediato favoriscono la colture, nel lungo periodo porterebbero a gravissimi danni all’ambiente, alle colture e dunque all’uomo.

Approfondiamo la questione con il dottor Ivan Novelli, giornalista, attivista e ambientalista, presidente di Greenpeace Italia. Greenpeace ha recentemente lanciato una campagna denominata “Le api fanno molto più del miele: aiutiamo gli impollinatori a non scomparire”.

L’intervista a Ivan Novelli, presidente Greenpeace

Dottor Novelli, come e quando si è avvicinato a Greenpeace e perché?
“Alla fine del 1989 accettai la proposta dell’allora direttore di Greenpeace Italia Gianni Squitieri di ricoprire il ruolo di campaigner clima ed energia. Avevo passato gli ultimi cinque anni alla Camera dei deputati a fare l’addetto stampa del gruppo parlamentare radicale, una bellissima esperienza, ma avevo voglia di tornare in prima linea e così cominciai l’avventura proprio nel 1990, anno del primo rapporto sui cambiamenti climatici degli scienziati delle Nazioni Unite che evidenziavano la grave crisi climatica in atto”.

Cosa significa per Lei esserne diventato il Presidente della sezione italiana?
“E’ stato il coronamento di un impegno militante durato alcuni decenni, cominciai alla fine degli anni ’70 in movimenti e associazioni antimilitariste e antinucleari, mi sono sempre occupato di questioni ambientali, ho anche fatto il Presidente di RomaNatura, l’Ente Regionale per la gestione delle Aree Naturali Protette nel Comune di Roma. E’ una bella responsabilità, abbiamo uno staff di 55 persone e un bilancio di 11 milioni di euro, tutti frutto di singoli sostenitori e mi piace ricordare che per statuto non possiamo accettare né finanziamenti pubblici né contributi da parte di sponsor privati.

In questi giorni sta passando lo spot sulla tutela delle api. Qual è il loro ruolo nell’ecosistema e perché sono così importanti?
“Tutte le persone dipendono da questi insetti. Siamo abituati ad associare le api al miele, ma c’è ben più di quello. Dalla loro opera di impollinazione dipende direttamente un terzo del cibo che arriva sulle nostre tavole, e fino al 75% del cibo che mangiamo è influenzato a livello qualitativo o quantitativo da insetti impollinatori come le api. Solo in Europa, oltre 4.000 specie e varietà di frutta e verdure dipendono dall’impollinazione degli insetti, come ad esempio zucchine, mandorle, albicocche e molte altre, oltre al 90% della flora che ci circonda”.

Quali sono le cause principali della moria di api?
“Sono diverse le cause che comportano l’attuale declino delle api: l’agricoltura intensiva, la perdita di habitat naturali, l’utilizzo di pesticidi nocivi alterano l’habitat di questi insetti e li indeboliscono, rendendoli più vulnerabili a parassiti e malattie. Come se non bastasse, hanno anche un altro terribile nemico: i cambiamenti climatici. Aumentando la frequenza di eventi estremi, con ondate di calore e siccità e sbalzi delle temperature, i cambiamenti climatici stanno creando una situazione di ‘caos climatico’, minacciando così la loro sopravvivenza”.

Qual è, nello specifico, la situazione in Italia? 
“Anche in Italia stiamo assistendo al declino delle api con fenomeni molto spesso legati a un modello di agricoltura industriale. Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo denunciato fenomeni di spopolamenti e morie nelle aree dove si pratica agricoltura intensiva, come in Pianura Padana. Spesso ci si trova di fronte a morie legate all’utilizzo di pesticidi chimici, che impattano direttamente sulle api o sull’ambiente dal quale dipendono per raccogliere polline e nettare. Lo scorso anno, a partire dalla fine di marzo, alcuni apicoltori lombardi hanno iniziato a segnalare spopolamenti di alveari nella pianura tra le province di Cremona, Lodi, Mantova e Brescia, una zona che si contraddistingue per un’agricoltura intensiva, con prevalenza di monocoltura di mais (utilizzato principalmente per i mangimi). Oltre alla perdita di bottinatrici (le api che escono dagli alveari per raccogliere nettare e polline), si è registrata la nascita di nuove api sottodimensionate e con una aspettativa di vita e di attività ridotte, che non solo ha precluso la possibilità di produrre miele nella fase più importante dell’annata apistica, ma che rappresenta un grave segnale di allarme per tutta la biodiversità della zona. La stima sulle perdite spaventa: parliamo di oltre 10 milioni di api che non hanno fatto più ritorno ai loro alveari. Stiamo parlando di zone dove, nelle settimane appena precedenti e in concomitanza con l’esplosione del fenomeno di spopolamento, era in corso la semina del mais, con sementi ‘conciate’, ovvero con sementi trattate con pesticidi”.

Le multinazionali, così come governi e istituzioni, si stanno impegnando abbastanza per la tutela delle api?
“Nel 2018 è stato fatto un importante passo in avanti, con l’approvazione a livello europeo del bando di tre pesticidi neonicotinoidi molto pericolosi per gli impollinatori. I danni di questi prodotti – l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta – erano ormai incontestabili. Bandirli è stato un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti. Oltre ai tre insetticidi vietati, però, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi, altri neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue. Per evitare che i tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, i Paesi membri e l’Unione europea dovrebbero bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, applicare inoltre gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l’uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti”.

Cosa può fare ognuno di noi?
“Dobbiamo ridurre il nostro impatto sul Pianeta. Basti pensare ai cambiamenti climatici: l’agricoltura è sia vittima che artefice. Vittima ovviamente perché sta pagando sempre più il prezzo in termine di perdite di raccolti, legati ai fenomeni estremi come alluvioni, siccità, gelate, sbalzi di temperature, ma anche complice. Attualmente il sistema alimentare è responsabile di un quarto di tutte le emissioni di gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico. Se non facciamo nulla, entro il 2050 le emissioni di gas derivanti dal sistema agroalimentare rappresenteranno più della metà del totale delle emissioni derivanti dalle attività umane. L’effetto di ciò che mangiamo e di come produciamo il nostro cibo diventerà sempre più impattante e una minaccia per la nostra sopravvivenza sulla Terra. In questo contesto i prodotti di origine animale sono responsabili di circa il 60% delle emissioni climatiche legate al cibo. La carne e i prodotti lattiero-caseari sono gli alimenti con gli effetti più dannosi sul nostro clima e sull’ambiente in generale”.

Cosa c’entrano le api con la carne?
“C’entrano perché la fetta principale dei terreni destinati all’agricoltura, servono per diventare mangimi e foraggi per animali, non per nutrire direttamente le persone. La superficie richiesta per l’allevamento è stimata intorno al 75-80% di tutti i terreni agricoli. In Italia, ad esempio, il 58% dei terreni destinati ai soli seminativi ha questo scopo. Gli spopolamenti che abbiamo denunciato lo scorso anno, ed alcuni episodi di morie denunciate l’anno precedente, erano in entrambi i casi riferiti a coltivazioni di mais destinati alla mangimistica. Quello che dobbiamo fare per invertire questa spirale distruttiva, è abbandonare questo modello intensivo e dipendente dalla chimica. Cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo il nostro cibo, riducendo drasticamente il consumo di carne – consumandone meno e meglio – tornare a diete a base principalmente vegetale come la dieta mediterranea che viene presa ad esempio di salubrità in tutto il mondo, e investire in agroecologia”.

Perché non stiamo facendo quello che occorre per salvare il pianeta?
“Ancora prevalgono miopia politica e interessi economici di corto respiro. Come in tutte le crisi serve coraggio nel prendere decisioni drastiche come quelle necessarie adesso. La consapevolezza ambientale si è molto diffusa nei cittadini e anche nel mondo industriale oramai ci sono tanti esempi di imprenditori illuminati. Greenpeace continuerà a fare la sua parte con le azioni dirette nonviolente, con le sue denunce e le sue proposte per difendere la nostra aria, le acque e la terra dall’inquinamento”.

Quali soluzioni e proposte da Greenpeace?
“Tra le varie iniziative in atto, abbiamo lanciato un’importante Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) per chiedere di vietare le pubblicità e le sponsorizzazioni dell’industria dei combustibili fossili che è tra i principali responsabili della crisi climatica e ambientale. Questo impedirebbe a colossi energetici come Eni e Shell di sviare l’attenzione dei cittadini dalle loro responsabilità svolgendo quell’attività di greenwashing che sempre più condiziona il mondo dell’informazione. L’ICE è un meccanismo previsto dall’Unione Europea secondo cui, se vengono raccolte un milione di firme nell’arco di un anno, la Commissione Europea ha l’obbligo di discutere e di pronunciarsi in merito alla proposta di legge. Confidiamo nel supporto dei cittadini europei [qui la petizione online, ndr] per raggiungere questo importante obiettivo”.

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