Disturbo antisociale di personalità: sintomi ed effetti

Una patologia diffusa in tutto il mondo, i primi indizi si riscontrano nell'infanzia e nell'adolescenza per poi essere mitigati con l'età adulta

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Il “Disturbo antisociale di personalità” (ASPD, Anti-Social Personality Disorder) consiste nel nutrire disprezzo per le opinioni altrui e, di riflesso, per il prossimo, su cui viene scaricata la propria aggressività. La patologia è diffusa in tutto il mondo. Da sottolineare, negli ultimi due anni, la pesante accelerazione avviata dalla pandemia che, alimentando tensione e isolamento, ha influito su tanti individui già provati dalla vita stressante di tutti i giorni.

I primi indizi della patologia

I primi indizi del disturbo si riscontrano nell’infanzia e nell’adolescenza, soprattutto in situazioni non facilitanti, nell’assenza di figure genitoriali (o caregiver) di attaccamento e di riferimento. I comportamenti antisociali diminuiscono con l’età adulta, a partire dai 40 anni circa. Chi ne è affetto non nutre alcun rimorso per la propria condotta (imperniata su un feroce bullismo) che ritiene, oltretutto, necessaria.

La caratteristica principale

La caratteristica principale di chi ne è affetto risiede nell’assenza di considerazione per la vita altrui, per qualsiasi diritto o esigenza del prossimo. Negando qualsiasi vincolo sociale, il malato evita un comportamento conformistico o normativo e non ha percezione di tale esasperato egoismo. L’unico elemento che conta, infatti, è la propria situazione di vita, considerata la migliore, senza tema di smentita, anzi tale da giustificare qualsiasi violenza, verbale e fisica, per affermare questa presunzione.

La componente egoistica si genera, spesso, da un elevatissimo vittimismo che pone il soggetto nella convinzione di doversi sempre difendere e di aggredire prima di essere a sua volta attaccato, in una continua lotta contro l’altro, all’insegna della costante vendetta per i torti subiti. Il soggetto si crede vittima di una continua ingiustizia nei suoi confronti, da risolvere con qualsiasi mezzo.

Il comportamento antisociale è, paradossalmente, anche “sociale” poiché si svolge prettamente nella comunità, nel rapporto con gli altri.

Dove si verifica questo atteggiamento

L’atteggiamento antisociale si rispecchia in tutti gli ambiti: si può ereditare dal proprio ambiente famigliare e trasmettere nella scuola, nel rapporto con gli amici. In seguito si riflette nel lavoro e nelle relazioni sentimentali, nella scarsità, qualitativa e quantitativa, dei rapporti sociali. Tale atteggiamento è amplificato, spesso, dall’uso di sostanze stupefacenti e alcol, nella convinzione, oltretutto, del loro opportuno utilizzo.

La patologia si caratterizza per l’assenza di rimorso dopo il verificarsi di un comportamento antisociale; in questo si differenzia dal “disturbo borderline di personalità”, dal “disturbo narcisistico di personalità” e quello “istrionico”. Il gruppo B del DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) pubblicato nella sua ultima versione nel 2013, è dedicato a Disturbi di personalità Antisociale, Borderline, Istrionico e Narcisistico.

Il Manuale MSD, “fornitore di fiducia di informazioni sanitarie dal 1899”, al link https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/disturbi-della-personalit%C3%A0/disturbo-antisociale-di-personalit%C3%A0, riporta quanto indicato nel DSM-V “Per una diagnosi di disturbo antisociale di personalità, i pazienti devono presentare un persistente disprezzo per i diritti degli altri. Questo disprezzo è mostrato dalla presenza di ≥ 3 dei seguenti: trascurando la legge, come indicato da azioni ripetutamente commesse che sono motivo di arresto; essendo ingannevoli, come indicato dal mentire ripetutamente, dall’utilizzare pseudonimi o dal truffare gli altri per guadagno personale o per piacere; agendo impulsivamente o senza pianificazioni per il futuro; essendo facilmente provocabili o aggressivi, come indicato dallo sfociare spesso in scontri fisici o dall’aggredire gli altri; incautamente non curandosi della propria sicurezza o della sicurezza altrui; agendo frequentemente in modo irresponsabile, come indicato dal lasciare un lavoro senza avere piani per ottenerne un altro o non pagando le bollette; non provando rimorsi, come indicato dall’indifferenza o dalla razionalizzazione nel ferire o maltrattare gli altri. Inoltre, i pazienti devono presentare un disturbo della condotta prima dell’età di 15 anni. Il disturbo antisociale di personalità viene diagnosticato solo in persone di età ≥ 18 anni”.

Wikipedia, alla voce relativa, precisa “Il disturbo si manifesta prevalentemente nei maschi, con rapporto 3:1 rispetto alle femmine. La prevalenza è pari al 3% negli uomini e all’1% nelle donne nella popolazione generale, e aumenta al 3-30% in ambiente clinico”.

Cosa ci dice la letteratura

Comprendere il male. Il disturbo antisociale di personalità” sono il titolo e il sottotitolo del testo scritto dalla psicologa e psicoterapeuta Patrizia Velotti, pubblicato da “il Mulino” nel 2014. Il volume affronta la patologia in modo esauriente, valutandone l’aspetto clinico, sociale e giuridico. Alla base del disturbo ci sono componenti di carattere genetico e ambientale. Per gli esperti del settore la causa non è univoca: nella eterna disquisizione sulla prevalenza fra l’aspetto “natura” e quello “cultura”, permangono entrambe le cause.

Le cure si riferiscono a terapie psichiatriche e all’utilizzo di farmaci specifici che possono quasi eliminare i sintomi. Non riconoscendo la gravità della propria situazione, tuttavia, i malati non si rivolgono a professionisti del settore né accettano cure. Arduo, quindi, per lo psicoterapeuta, nonostante nuovi approcci di terapie “cognitivo-comportamentali”, riuscire a stabilire relazioni di simbiosi, di apertura e di rendere consapevoli i pazienti di essere la fonte del problema e di non riversare le cause sugli altri. Il ricovero ospedaliero a breve termine, di emergenza, si rende opportuno in molti casi, poiché il malato spesso dimostra di tendere al suicidio.

Non nutrendo amore, rispetto ed empatia con il prossimo, neanche con quello più debole e indifeso; non conoscendo il perdono e il rimorso, il malato si pone in una posizione esattamente contraria a quello che è l’insegnamento cristiano.

Papa Francesco ha esortato a “liberarci dal pregiudizio diffuso secondo il quale per valere bisogna essere competitivi, aggressivi, duri verso gli altri, specialmente verso chi è diverso, straniero o chi in qualsiasi modo è visto come ostacolo alla propria affermazione: questa purtroppo è una ‘aria’ che spesso i nostri bambini respirano e il rimedio è fare in modo che possano respirare un’aria diversa, più sana, più umana”. Il venerabile don Tonino Bello scosse le coscienze affermando “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista.

Sulla patologia scarsa informazione e conoscenza

Un altro elemento su cui richiamare l’attenzione è nella scarsa conoscenza e informazione riguardo tale patologia. La sua sottovalutazione la rende più problematica, sia per chi ne soffre sia per le persone attorno che rimangono coinvolte. Chi ne è affetto non deve essere considerato un mostro (tanto più che non si rende conto del suo atteggiamento), necessariamente da evitare e da porre al confino, nell’isolamento assoluto. Ciò contribuirebbe solo a rendere più forte il disturbo, a episodi ancor più borderline e ad abbandonare, definitivamente, un elemento della comunità. Significherebbe bandirlo e non provare attenzione o rimorso, quasi riproducendo il suo malessere. Rispondere all’egoismo con l’egoismo stesso è la formula del fallimento.

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