Gli Usa rinviano la decisione sul vaccino Johnson&Johnson

Il CDC americano ritiene necessario avere ulteriori dati. A rischio di rallentamento la campagna vaccinale Usa ed europea

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:58

Un gruppo di esperti del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americano ritiene necessario avere ulteriori dati e ha così rinviato la decisione sulla ripresa delle vaccinazioni con il vaccino della Johnson&Johnson, dopo lo stop cautelativo di ieri delle autorità regolatorie americane. Lo stop era stato dato dopo la segnalazione di rarissimi casi di trombosi su sei donne di età compresa fra i 18 e i 48 anni; una di loro è morta. Il composto di J&J è a vettore virale come quello sviluppato da AstraZeneca. Gli esperti si riuniranno nel giro di 7-10 giorni, secondo i media Usa.

Il rinvio, che rischia di causare un rallentamento del piano vaccinale in Usa e in Europa, è stato deciso da una commissione consultiva del Cdc, un gruppo di esperti indipendenti che ha ritenuto necessario avere più tempo (e più dati) per valutare dati e rischi prima di votare le proprie raccomandazioni.

Alcuni scienziati della Food and Drug Administration (“Agenzia per gli alimenti e i medicinali”, abbreviato in FDA l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, dipendente dal Dipartimento della salute Usa) avevano invece sostenuto che i rischi potrebbero essere mitigati con adeguati avvertimenti.

La posizione della Ue: Sì a Pfizer e Moderna

Dopo i casi segnalati di trombosi successivi alla somministrazioni di dosi di Astrazeneca e Johnson&Johnson, l’orientamento della Ue sarebbe quello di far sempre più ricorso ai vaccini a mRna, ossia a vettore virale. Attualmente i vaccini che usano l’Rna messaggero sono Pfizer e Moderna. In arrivo nelle prossime settimane altri due vaccini: Novavax e Cureva. Solo quest’ultimo utilizza la modalità mRna.

Ieri, 14 aprile, la Commissione europea ha raggiunto un accordo con Pfizer per accelerare l’approvvigionamento di vaccini, con 50 milioni di dosi consegnate in anticipo nel secondo trimestre, che saranno distribuite agli Stati Ue a partire da aprile.

Lo ha detto la presidente Ursula von der Leyen, annunciando il cambio di rotta negli acquisti della Ue: “Dovremo sviluppare vaccini adattati alle nuove varianti, presto e in quantità sufficienti. Tenendo questo a mente, dobbiamo focalizzarci sulle tecnologie che hanno dimostrato il loro valore: i vaccini a Rna messaggero [come Pfizer e Moderna, ndr] sono un caso chiaro”. Un addio ai composti a vettore virale come AstraZeneca e Johnson&Johnson? Più probabilmente, questi ultimi verranno opzionati come seconda scelta rispetto ai primi. Non soltanto per i dubbi legati alla salute, quanto per i tanti ritardi avuti nelle consegne. Von der Leyen, infatti, ha voluto ringraziare BioNTech/Pfizer che “si è dimostrato un partner affidabile, ha consegnato secondo gli impegni, risponde ai nostri bisogni”.

La posizione dell’Italia

Lo stop negli Usa del vaccino Johnson & Johnson “non cambia nulla”, aveva commentato ieri il direttore dell’Aifa, Nicola Magrini. È una pausa necessaria voluta dall’agenzia americana del farmaco Fda per verificare l’origine dei 6 casi di trombosi molto rare e particolari segnalati in Usa su 7 milioni di vaccinati. Il sospetto è che siano simili a quelli osservati in Europa su 35 milioni di vaccinati. Sono episodi talmente infrequenti da essere ai limiti della valutabilità“. Cosa che spiegherebbe la richiesta odierna del Cdc americano di avere più dati prima di decidere.

Anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani e componente del Cts, era intervenuto ier su “La Stampa” in merito sullo stop. C’è – a suo dire – un “allarmismo ingiustificato” perché i “benefici sono superiori ai rischi”.

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