Papa: “Milioni di vittime della tratta”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:11

Quest'anno circa cinque milioni di bambini sotto i cinque anni moriranno a causa della povertà. Altri 260 milioni di bambini non riceveranno un’ instruzione per mancanza di risorse, a causa delle guerre e delle migrazioni”. Una situazione, denuncia Francesco parlando alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali che “ha portato milioni di persone a cadere vittime della tratta e di nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi. Non hanno diritti e garanzie; non possono nemmeno godere dell'amicizia o della famiglia”.

Risposte creative

“Non siamo condannati” alla disuguaglianza sociale né alla “paralisi di fronte all’ingiustizia”: un “mondo ricco e un'economia vivace possono e devono porre fine alla povertà”, “generare risposte creative” per includere e nutrire gli ultimi, “invece di escluderli”. Creando una “nuova architettura finanziaria internazionale”, che sostenga lo sviluppo dei Paesi poveri, alleviando il loro debito, senza paradisi fiscali, evasione e riciclaggio di denaro sporco “che derubano la società”, con governi che difendono giustizia e bene comune “rispetto agli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti”. E’ il manifesto della Dottrina sociale della Chiesa che, riferisce Vatican news,  Papa Francesco propone a banchieri, economisti e ministri delle finanze di tutto il mondo, invitati in Vaticano dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, per il workshop su “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione“. Il Papa vuole coinvolgerli in un lavoro comune per porre fine alle “ingiustizie della nostra attuale economia globale”: siamo “co-partecipi dell’opera del Signore che può cambiare il corso della storia per la dignità di ogni persona oggi e di domani, specialmente di coloro che ne sono esclusi, e per il grande bene della pace”.

A difesa della dignità umana

Da sempre il magistero della Chiesa considera la povertà una privazione grave di beni materiali, sociali, culturali che minaccia la dignità della persona. I poveri sono quanti soffrono di condizioni disumane per quanto riguarda il cibo, l’alloggio, l’accesso alle cure mediche, l’istruzione, il lavoro, le libertà fondamentali. 8 dicembre 1965. La chiusura del Vaticano II offre l’occasione a Paolo VI per un ispirato messaggio ai poveri: “O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi di cui si tace, voi sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita, siete i fratelli del Cristo sofferente e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo”, scrive papa Montini. “Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: siete i chiamati da Cristo, la sua immagine vivente e trasparente. Nel suo nome, il Concilio vi saluta con amore, vi ringrazia, vi assicura l’amicizia e l’assistenza della Chiesa e vi benedice”. Pochi giorni prima di questo accorato appello, il 16 novembre 1965, 42 vescovi firmarono nella Catacombe di Santa Domitilla, a Roma, il cosiddetto “Patto delle catacombe”, per sancire l’impegno di realizzare una Chiesa povera per i poveri. Pochi giorni dopo la sua elezione, il 16 marzo 2013, papa Francesco riproponeva, parlando ai rappresentanti dei mass media, il tema di una Chiesa vicina alle fasce sociali più emarginate, ai diseredati, agli indigenti, a chi subisce soprusi e ingiustizie.

Dalla parte degli ultimi

“Riconoscendo Cristo in queste persone, 42 presuli vollero firmare, cinquant’anni fa, un documento, che poi venne sottoscritto anche da altri 500 vescovi, per mettere in evidenza, nella Chiesa che si rinnovava, l’opzione per i poveri e per uno stile di vita sobrio“, racconta nel novembre 2015 a Radio Vaticana monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, uno di quei presuli firmatari, su impulso dell’arcivescovo brasiliano dom Helder Câmara. “Ci presentarono questo elenco di impegni, perché i vescovi cominciassero a vivere più semplicemente, fossero vicini ai lavoratori, ai poveri, ai sofferenti e non avessero dei conti in banca loro”, spiega Bettazzi. “Mezzo secolo dopo, il ricordo del Patto delle catacombe rivive e diventa attuale, soprattutto nell’atmosfera che Francesco sta indicando a tutta la Chiesa”. Monsignor Erwin, vescovo in Amazzonia, ha offerto la sua collaborazione all’enciclica di Francesco, Laudato si’. Anche oggi la Chiesa, stimolata da Francesco, si rivolge alle sofferenze e alle difficoltà della società, guardando, come Jorge Mario Bergoglio ha più volte esortato, alle periferie del mondo. Francesco ha detto che la Chiesa ha bisogno di andare nelle periferie. Kräutler vive in Amazzonia e il papa, nella sua enciclica Laudato si’, ha parlato dell’Amazzonia e anche degli indigeni. Per il presule missionario è una vittoria della Chiesa, una vittoria del popolo dell’Amazzonia, una vittoria dei vescovi dell’Amazzonia e della Chiesa in Amazzonia. Come ha ricostruito il teologo domenicano Alain Durand per Aggiornamenti Sociali nel novembre 2012 l’espressione “scelta prioritaria” (o “opzione preferenziale”) per i poveri è stata integrata nella dottrina sociale della Chiesa da Giovanni Paolo II. “Essa proviene dall’America Latina, in primo luogo dalla corrente della teologia della liberazione, ma anche dalle riflessioni sviluppate dai vescovi in due dei periodici incontri della Celam (conferenza episcopale dell’America Latina e dei Caraibi)”, osserva padre Durand.

Massiccia presenza

Nella Conferenza di Medellín (1968) è stata indicata una distribuzione degli sforzi e del personale apostolico che dia preferenza effettiva ai settori più poveri e bisognosi, poi a Puebla (1979) l’espressione “opzione preferenziale per i poveri” fu direttamente utilizzata e di là essa si estenderà alla Chiesa intera. Precedentemente, subito prima dell’apertura del Vaticano II, nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962, Giovanni XXIII aveva affermato: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Il Concilio fa riferimento alla povertà nella costituzione pastorale Gaudiuet Spes (3, 69, 88). Di scelta prioritaria per i poveri si era iniziato a riflettere in un continente profondamente segnato da una presenza massiccia dei poveri, ma soprattutto dall’emergere della loro coscienza sulla scena continentale. Era l’epoca in cui imperversavano in America Latina numerose dittature che ricorrevano a metodi repressivi nei confronti dei movimenti popolari e in cui si installavano imprese multinazionali dal comportamento predatorio. Gli Stati Uniti esercitavano forti pressione sul Sud America. Il celebre rapporto Rockefeller (1969) e i successivi due documenti di Santa Fe esortavano l’amministrazione nordamericana a lottare contro la Teologia della liberazione, giudicata nefasta. “A un certo numero di teologi e di pastori non appariva più possibile pensare la fede cristiana senza articolarla con una pratica sociale e politica che favorisse la liberazione dei poveri”, puntualizza padre Durand. “Erano condotti a rileggere la Bibbia a partire dalla situazione dei poveri, pratica divenuta abituale nelle comunità ecclesiali di base. A poco a poco si costruì un discorso teologico che assegnava ai poveri un posto centrale nella comprensione della fede e orientava verso la costruzione di una “Chiesa dei poveri” e a un cambiamento delle strutture sociali oppressive”. La teologia della liberazione trasformò la scelta preferenziale per i poveri nell’asse centrale della propria riflessione.

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