San Giuseppe

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Ogni singolo personaggio o dettaglio che anima e descrive la notte più bella dell’anno, quella in cui nasce Gesù, racconta la storia di tutti noi: quella simbolica di un'umanità senza tempo che va ad omaggiare Gesù Bambino e quella reale, che portiamo con noi anno dopo anno. Chi infatti non ha mai avuto il suo personaggio preferito? Chi non ha un ricordo personale che riguarda il presepe, il momento in cui si allestiva o il modo in cui si realizzava?

Ecco, noi di Interris.it cogliendo l'invito di papa Francesco a portare il presepe ovunque, in ogni luogo, cerchiamo, con questa rubrica che ci accompagnerà nel periodo natalizio, di “portare il presepe” innanzitutto nei cuori dei nostri lettori, risvegliando l’affetto per questa tradizione, con la speranza di vivere tutti insieme il Natale con un sincero spirito cristiano. 

Contagiamo chi ci sta accanto: convinci un amico a fare il presepe! E raccontaci il tuo personaggio preferito, scrivi a [email protected]

San Giuseppe

San Giuseppe è il santo della mitezza, del lavoro, della discrezione, dell’accoglienza, il 'lato pienamente umano' – potremmo dire – della Santa Famiglia. Una figura 'di servizio' in ottica provvidenziale, eppure forse proprio per questo centrale e necessaria nella pedagogia della Salvezza. È lui il discendente della Casa di Davide, è lui il 'mezzo' attraverso il quale Maria e Gesù possono portare a compimento le rispettive missioni. Non è un caso, quindi, se la tradizione cristiana lo ha posto a pieno titolo al centro del Presepio.

Giuseppe padre putativo, ma pur sempre padre. Anzi, a tutti gli effetti papà del bambino e ragazzo Gesù durante le fasi più delicate della Sua crescita. Possiamo immaginarcelo, un modello per tutti noi: un padre paziente, misericordioso, pienamente consapevole del ruolo di educatore che gli era stato affidato, pur sapendo stare sempre 'dietro le quinte'. Così dev'essere la paternità, anche oggi: un compito impegnativo e bellissimo, una sfida quotidiana in cui la tentazione di dire dei no deve portare invece a saper dire dei sì. Un ruolo che richiede capacità di aprire scenari inediti e attraenti nell’universo emotivo e relazionale dei figli. Un impegno e una responsabilità che, sappiamo fin dall'inizio, non deve vederci protagonisti, ma deve lasciare in primo piano i figli, il loro presente e il loro futuro. 

L'agiografia cristiana ci presenta Giuseppe del tutto perfetto, ma non possiamo escludere a priori che anche lui abbia potuto commettere qualche sbaglio nel percorso educativo di Gesù. Educare significa anche sbagliare. Dover ‘raddrizzare’ il tiro dei consigli. Capita, quando si educa un figlio in un'ottica 'di attacco', scegliendo lo stile di una proposta costante e positiva. Educare non vuol dire 'stare in difesa'. Mi piace pensare che anche la figura silenziosa e serafica di San Giuseppe abbia avuto la prontezza 'di riflessi' – quando si trattò di portare Maria incinta al censimento, di trovarle un luogo in cui partorire, di nascondere Gesù dagli emissari di Erode – di prendere l'iniziativa e 'primerear', sparigliare le carte.

E sono certo che, finché è vissuto, per Gesù sia stato soprattutto due braccia nelle quali poter ritornare. Sempre e nonostante tutto. Autenticamente padre.

 

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