Se i laicisti discriminano i cattolici

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La sentenza con cui la Sesta sezione del Consiglio di Stato ha ribaltato il pronunciamento del Tar dell’Emilia Romagna, ritenendo legittime le benedizioni pasquali nelle scuole purché al di fuori dell’orario di lezioni e con adesioni volontarie, riaccende i riflettori sul tema della laicità dello Stato. Per inquadrare il problema è necessario prima di tutto un chiarimento lessicale.

Cosa si intende per laicità? Laico è chiunque non appartenga allo stato clericale. Uno Stato laico è quello che riconosce l’eguaglianza di tutte le confessioni religiose, senza concedere particolari privilegi o riconoscimento ad alcuna di esse, e che riafferma la propria autonomia rispetto al potere ecclesiastico. A Bologna, invece, l’opposizione alle benedizioni in una delle scuole primarie dell’Istituto Comprensivo 20 è stato un perfetto esempio di laicismo, cosa ben diversa, perché si tratta dell’atteggiamento di quanti sostengono la necessità di escludere le dottrine religiose, e le istituzioni che se ne fanno interpreti, dal funzionamento della cosa pubblica in ogni sua articolazione.

E’ evidente che permettere la benedizione delle aule nelle condizioni e nelle modalità indicate non rappresentava alcun privilegio, non ledeva la dignità di nessuno, non offendeva chi professa una fede diversa da quella cattolica o si ritiene ateo. Purtroppo, si è manifestata ancora una volta l’intollerabile intolleranza dei fondamentalisti laicisti. E’ lo stesso atteggiamento di chi pretende di cancellare i simboli cristiani per un malinteso (e spesso in malafede) senso di rispetto nei confronti dei fedeli di altre religioni. Basti pensare ai casi dei presepi “vietati” nelle classi o ai testi, insegnati ai bambini, delle canzoni e delle poesie in cui viene cancellato ogni riferimento alla Nascita di Gesù per ridurre il Natale a una generica festa di pace di vago contenuto irenista e consumista. In pratica, si festeggia senza il Festeggiato.

L’opposizione alle benedizioni pasquali ha tutto il sapore dell’intransigenza ideologica quando la scuola avrebbe bisogno di un simile impegno per ben altri scopi. Bene aveva detto la Curia di Bologna parlando di “stupore” di fronte a quella che sembrava quasi una “guerra di religione” che si sarebbe potuta risolvere semplicemente con un po’ di “buon senso ed equilibrio”.

Ma gli alfieri della furia anticattolica non ci pensano proprio ad arrendersi, malgrado la sentenza del Consiglio di Stato sia definitiva, e hanno annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ripercorrendo in tal modo lo stesso iter di “illustri” predecessori, quelli che volevano togliere i Crocifissi dalle aule. Nel 2009 la Corte di Strasburgo accolse il ricorso, condannando l’Italia. Due anni più tardi in appello la Grande Chambre, con una decisione presa a larghissima maggioranza (15 a 2) ribaltò la decisione e lasciò che il simbolo principale della fede cattolica rimanesse dov’è. L’auspicio è che anche questa volta sia confermata la decisione del Consiglio di Stato evitando così un’odiosa discriminazione nei confronti dei cattolici.

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