La riforma informe

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Quali e quanti che siano gli sforzi dei partiti per nascondere le loro vere intenzioni, la riforma della Costituzione, ben oltre le banalizzazioni della comunicazione oggi prevalente, ha un obiettivo preciso: di modificare il rapporto tra rappresentanza parlamentare e governabilità. Siamo ad uno dei tornanti della politica nel quale occorre trovare un soggetto responsabile della crisi. Dobbiamo assecondare questo processo, lasciando che il corpo elettorale, con il referendum, confermi la decisione parlamentare, semplicemente dando fiducia a quanto i partiti che l’hanno assunta vanno proponendoci, oppure dobbiamo pretendere da loro un approccio adulto e da noi stessi un nuovo impegno di partecipazione consapevole, dopo anni di affievolimento della coscienza civica, un po’ succube, un po’ schiava dei poteri, un po’ disinteressata, molto irresponsabile?

Secondo la politica, se le cose vanno male è colpa della Costituzione e delle sue istituzioni. A ben vedere si tratta di un’autodenuncia, dal momento che ne hanno la responsabilità di conduzione. Dicono, è stata colpa dei nostri predecessori ed aggiungono, noi siamo quelli del cambiamento.

Facciamo un breve passo indietro, una venticinquina di anni. Allora, l’opinione pubblica era arrivata ad un punto di rottura con le istituzioni rappresentative, le considerava responsabili della corruzione imperante e della crisi sociale, crisi finanziaria e dell’economia. Fu orientata a sperare e credere che le cose potessero e dovessero cambiare, rinnovando la rappresentanza in modo tale da favorire la governabilità.
Referendum, lotte, partecipazione popolare (si votava con percentuali superiori all’80%), imminenti primavere, originarono in particolare delle riforme elettorali. Si sarebbe dovuta annullare la distanza tra paese legale e paese reale, rinnovare la politica, riaccendere i motori depotenziati del rinnovamento sociale ed economico. Si parlava della religione del bipolarismo rappresentata da idoli dorati, di reincarnazione dei parlamentari nei territori ed il tutto veniva servito in una salsa di deregolazioni importata da improvvisati gourmet reduci da frettolose letture delle ricette monetariste d’inizio anni ’80.
Venticinque anni sono passati e nessuna delle rappresentazioni dei partiti s’è avverata, al lordo di ciò che avvenuto nel mondo. Anzi, possiamo dire che i partiti, che hanno medio tempore modificato pezzi di Costituzione ed hanno fatto girare proposte di modifica della prima parte, a dir poco agghiaccianti, (per esempio trasformando i diritti dei cittadini in doveri dei consumatori), hanno la grave responsabilità di aver penalizzato (screditati dai loro processi interni e da chiare pratiche di rilievo penale) l’Italia sul piano internazionale e, di certo, a memoria comune, non hanno mantenuto la caratura internazionale del Paese. Sia chiaro che la mancanza di distinzione tra partiti e partiti è del tutto voluta.

Nel frattempo, le Istituzioni non politiche, nonostante le aggressioni dei partiti (quelli che sono, non quelli che vorremmo che fossero, cardini della democrazia), forti della loro investitura costituzionale e sussidiaria hanno retto l’onda d’urto della crisi di rappresentatività e di efficienza amministrativa. E’ questo un primo punto sul quale riflettere, nell’avviarci all’esame della riforma costituzionale varata da questo Parlamento.

A questa sussidiarietà colleghiamo, difendendo la Costituzione, la ripresa delle insegne un po’ ignorate e molto tradite di un appello che va rilanciato “perché sorga una nuova generazione di cattolici, persone interiormente rinnovate che s’impegnino nell’attività politica senza complessi d’inferiorità”.

Stando ad una analisi che precede di molto questa riforma costituzionale,così ampia da poter essere ascritta alla famiglia degli shock istituzionali radicali, le conseguenze generalmente registrate consistono nel fatto che “la distruzione delle istituzioni esistenti tende a ridurre i vincoli istituzionali sulle forze non istituzionali”. Tradotto ciò significa che la riforma della Costituzione, congiuntamente all’ennesima riforma elettorale, produrrà l’effetto di trasferire poteri su forze istituzionali non istituzionalizzate, i partiti, quelli che conosciamo!

Dopo la riforma costituzionale del 2001, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sui suoi effetti, nel corso di un’audizione, il Ministro degli interni, dichiarò: “il fatto stesso che sia stato deciso di avviare un’indagine conoscitiva, testimonia che forse gli effetti recati dalla riforma sull’ordinamento giuridico e sulla società non erano stati adeguatamente ponderati”.

Proprio così, una riforma della Costituzione era stata approvata, senza che se ne conoscessero gli effetti! Allora, questo non si deve ripetere. Dobbiamo esigere, spacchettamento o non spacchettamento, di poter avere gli strumenti per capire quali siano i suoi obiettivi ed i suoi effetti. Già oggi, alcuni si sono affrettati a dire approviamola e poi si vedrà. Si vedrà un bel niente: se gli obiettivi sono quelli demagogicamente dichiarati per la più facile delle catture di consenso, cioè per ridurre i parlamentari ed abbassare (di pochi spiccioli) il costo della politica, mentre il costo della corruzione politica ammonta ad alcune decine di miliardi di euro, allora quella riforma non serve a niente. Avrebbero potuto ottenere quei risultati con poche riforme regolamentari. Se vogliono avere mani libere, cioè destrutturare la democrazia rappresentativa parlamentare, lasciando in piedi un assetto che genera corruzione e mortifica solidarietà sviluppo e buona amministrazione, allora la risposta è no, la riforma va respinta, con umiltà e determinazione.

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