L’ERA DEI LUPI Intervista alla filosofa Paola Ricci Sindoni, già presidente di "Scienza & Vita"

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etica, l'era dei lupi, Paola Ricci Sindoni

Mentre Papa Francesco fa appello a un umanesimo di fraternità, il mondo sembra andare in direzione opposta, di una guerra tra fratelli, di fede, di nazione, di sangue, in umanità. Aumentano le violenze. Ogni giorno, le cronache raccontano di figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli, fidanzati e mariti che fanno morire, nel corpo o nell’anima, la donna che dicono di amare. C’è chi assassina l’onore e la dignità di qualcun altro, con insulti, ingiurie, offese, umiliazioni, calunnie, diffamazioni, ingiustizie e prevaricazioni. E c’è chi, in nome di Dio, semina il terrore e sparge il sangue, mentre le acque del mare si colorano di rosso, trasportando corpi senza vita sulle nostre spiagge, dove al mattino torna a brillare la luce del sole, ma non per tutti.

L’egoismo, l’indifferenza, l’insensibilità, imperano nelle relazioni umane. Piacere e potere sono i criteri di scelta e d’azione dominante. Le società, d’Oriente e d’Occidente, sembrano avere arrestato il loro percorso di progresso in civiltà dell’amore e della pace ed essere regredite all’età selvatica della convivenza umana, al comportamento “della giungla”, nella quale ogni uomo è per l’altro un lupo, homo hominis lupus, secondo l’antica espressione usata in età precristiana dal commediografo latino Plauto e poi ripresa, in età moderna, dal filosofo inglese Thomas Hobbes. Ma è davvero così? Dove stiamo andando? E cosa è possibile sperare? Ne abbiamo parlato con Paola Ricci Sindoni, docente di Filosofia morale e religioni all’Università degli Studi di Messina, già presidente nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita” nell’ultimo triennio. La studiosa dà uno schiaffo, sonoro, ai laicisti incalliti. Senza Dio, dice, non può esserci una morale condivisa.

Professoressa Ricci Sindoni, gli episodi di violenza sembrano aumentare, nei confronti di chi appare un nemico o un ostacolo alla nostra libertà, di chi è debole o diverso, per colore della pelle, orientamento sessuale o condizione sociale. Che succede?
“Succede che ci sono modelli culturali che vanno tramontando, fondati valori morali condivisi. Il rispetto per l’altro, l’attenzione all’altro, la capacità di relazionarsi all’altro. Va scomparendo un ethos comune, un terreno etico condiviso che tenga a freno i conflitti personali e sociali. Lo scontro è nella fisiologia dei rapporti interpersonali e a volte anche a livello personale, ma deve essere controllato e razionalizzato per mantenere un equilibrio, altrimenti degenera in una patologia sociale. Quando viene a mancare lo sfondo valoriale, prevale la legge del più forte e le istanze egocentriche, per cui l’altro, da persona e soggetto autonomo, uguale a noi, diventa un oggetto su cui indirizzare le nostre pulsioni, positive e negative ”.

“Nessun uomo nasce per sé e vive per sé, e tutti viviamo in Dio”, ha detto don Vinicio Albanesi nell’omelia per la messa funebre di Emmanuel, il nigeriano ucciso a Fermo, nelle Marche. Sono questi i principi a fondamento dell’etica: la responsabilità degli uni verso gli altri e la fiducia nel giudizio di Dio?
“Direi di sì. Finché un’etica laica non mostra la sua efficacia per la pace e il benessere sociale e non è capace di guadagnarsi un consenso comune, universale, appare verosimile che, senza un riferimento fuori di se stessi e della singola interiorità in un Dio personale e trascendente, tutto va a franarsi. Chi stabilisce altrimenti il valore della persona? Diceva Pascal: ‘Perché il posto al sole deve essere dell’altro e non il mio?’. Solo chi ha un’autentica relazione con l’Altro sa relazionarsi con gli altri, come persone e non come strumenti per la propria soddisfazione. Come dice Papa Francesco, l’altro, o è prossimo, come fratello in umanità, o è il nemico da abbattere, che attenta alla nostra libertà, alle nostre abitudini, ai nostri interessi”.

Il cosiddetto “patto sociale”, fondato sull’utilità della legge per garantire la pacifica convivenza, è dunque fallito?
“Senza un fondamento forte, il patto sociale non tiene. Non è sufficiente a svolgere un’azione di pacificazione tra le persone. Frana il terreno comune per un’etica valida per tutti. L’Illuminismo ha svincolato l’etica dal rapporto con la religione, fondandola sulla ragione autonoma. Ma l’etica autonoma degenera in sopraffazione. Ci vuole un criterio oggettivo, un fondamento forte. Tiene solo un’etica eteronoma, che ha riferimento fuori di sé, fondata sulla Giustizia ultraterrena e su una concezione di cosa è bene e cosa è male”.

C’è un rapporto tra la crisi etica della società e la crisi della politica? È venuto meno l’ethos comune, cioè, un giudizio socialmente condiviso su cosa sia bene e cosa il male?
Certamente. L’ambito della politica è il potere, l’ambito dell’etica è la responsabilità. Ma il potere è una forma di responsabilità, non va demonizzato in se stesso, può essere a servizio del bene. Se si perde questa finalità essenziale della politica, l’orizzonte del bene comune, allora il potere diventa dominio e prevaricazione, si presta agli abusi. Se lo scenario dell’etica si disgregato, allora è naturale che sia venuto meno il senso di responsabilità nella politica”.

Quanto ha pesato il processo di scristianizzazione dell’Occidente in questa deriva etica, sociale e antropologica? E c’è speranza di invertire la tendenza?
“Ha pesato molto. Ma ci sono segnali positivi di una inversione di tendenza. Alla fine dell’Ottocento e negli anni Settanta del secolo scorso, i sociologi decretavano la fine della religione e il successo della società secolarizzata. La secolarizzazione sembrava compiuta, la fede appariva relegata nei recinti della vita privata. Invece, ci sono i segni che la religione sia riammessa nella sfera pubblica, nella vita sociale. I seminari della Chiesa cattolica sono stati riaperti per la crescita delle vocazioni, le associazioni laicali, come il Rinnovamento nello Spirito, vivono un nuovo fermento e hanno ripreso vigore. Dunque, la fede e la religione non si possono spiegare soltanto attraverso categorie storiche-sociologiche. Certo, ci vuole tempo. Siamo sull’onda lunga della secolarizzazione. Ma i segnali di un cambiamento di rotta generano ottimismo. Soprattutto grazie alla figura carismatica di Papa Francesco”.

Papa Francesco ha detto che le istanze riformiste di Lutero erano corrette, l’esito scismatico no. Questo Pontefice sembra sulla via di realizzare le grandi profezie sull’unità delle chiese cristiane. È così?
“Certo, questa è la strada, già tracciata anche dai Papi precedenti. Il processo di pacificazione attraverso la richiesta di perdono per gli errori de passato, per le stragi dei popoli indigeni, verso gli ebrei considerati a lungo gli uccisori di Cristo, per l’Inquisizione, è iniziato con Giovanni Paolo II. Questo movimento per correggere il tiro nell’interpretazione degli eventi del passato è un modo per avvicinarsi alle altre religioni. Ma questa tendenza all’unità riguarda principalmente la chiesa cristiana. Diceva Giovanni Paolo II che è ‘uno scandalo’ che i cristiani siano tutti uguali e tanto diversi. Il primo passo è verso la Chiesa ortodossa. Aveva iniziato Benedetto XVI questo percorso. Papa Francesco prosegue su questa buona strada. L’unità dei cristiani potrebbe essere anche un baluardo nei confronti del pericoloso imperialismo dello Stato Islamico e dei vai fanatismi religiosi”.

È da intendersi in quest’ottica di riunificazione anche la nuova disciplina per l’ammissione dei divorziati ai sacramenti? Per ridurre le distanze rispetto alla Chiesa ortodossa?
Il lavoro per l’unità va fatto su due piani differenti. Il primo è quello teologico, dell’elaborazione dottrinale, per cui la Chiesa cattolica deve innanzitutto approfondire l’interpretazione del primato petrino. Il secondo è pastorale, cioè, bisogna appunto individuare i punti di comunione, senza svilire il proprio apparato dottrinale, ma anche senza paura di andare avanti. C’è un difficile lavoro di tessitura. Per esempio, sulla questione del celibato. Una disciplina, introdotta storicamente, sulla quale potrebbe esserci un’apertura, proprio suggerita, o rafforzata, dall’incontro  interreligioso. È una tradizione della Chiesa cattolica, introdotta nel corso della storia, alla quale alcuni cattolici tengono molto. Ma la storia cammina”.

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