UN EROE MUSULMANO

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Faraaz Ayaaz Hossain ora sorride per sempre, nella foto che lo immortala insieme alla mamma Simeen mentre orgoglioso mostra uno dei suoi diplomi. Ricco anche lui, come le belve che lo hanno ucciso nella Holeys Artisan Bakeri di Dacca, insieme ad altre 19 persone. Fieramente musulmano, ma schierato dall’altra parte. Quella giusta, che non si nasconde vigliaccamente dietro il nome di Dio per dare sfogo ai suoi istinti animali e uccide per il gusto di farlo e basta. Perché non ci sono ideali, fedi o rivendicazioni tali da giustificare il massacro di persone inermi. Faraaz questo lo sapeva bene. Lui, instancabile studioso di buona famiglia, andato a formarsi dall’altra parte del mondo e ammazzato a casa sua, dove si trovava per le vacanze estive.

Il nonno era Latifur Rahman, presidente del Transcom Group, una delle più grandi multinazionali bengalesi, attiva in campo farmaceutico, enogastronomico, editoriale, elettronico e della radiofonia. La madre, Simeen Hossain, è invece amministratore delegato della Eskayef Bangladesh Limited, colosso farmaceutico. A Faraaz, insomma, non mancava niente. Ogni porta o possibilità gli era aperta. Ma questo non gli ha impedito di sognare, come ogni ragazzo della sua età. Non si è seduto sugli allori e ha intrapreso una brillante carriera universitaria negli Stati Uniti. Studiava alla Emory University of Atlanta, dove si era laureato all’inizio dell’anno. Negli Usa ha imparato a vivere da occidentale, a non avere paura delle diversità. Lì ha conosciuto le amiche per le quali si è sacrificato: Tarishi Jain (indiana) e Abinta Kabir (americana e musulmana), morte anche loro nella strage di Dacca. Il suo prossimo progetto, una volta rientrato ad Atlanta, era quello di frequentare un master in economia. Dopo avrebbe voluto dirigere l’azienda di famiglia insieme al fratello minore, che adorava.

Forse stava parlando proprio di questo con le sue amiche quando le prime granate sono esplose nel locale. Oppure stavano intrattenendo la classica conversazioni da ventenni, tutta sogni e aspettative dalla vita e dall’amore. Non lo sapremo mai. E non importa. Perché Faraaz in quel pomeriggio di sangue ha imparato l’ultima lezione che la vita gli aveva riservato: essere un uomo. Quando i miliziani si sono avvicinati ai tre ragazzi terrorizzati hanno chiesto loro di recitare il Corano. Faraaz ha risposto senza esitazioni, come avrà fatto decine di volte durante gli esami universitari. Le sue amiche no. Quei versi non li conoscevano. In più erano vestite con abiti “proibiti” dalla Sharia. Una combinazione che equivaleva a una condanna a morte. I miliziani lo hanno guardato e lo hanno invitato a lasciare il locale: era salvo. Il giovane ha scosso la testa: non avrebbe lasciato Tarishi e Abinta a morire da sole. Un rifiuto più forte della violenza. Uno schiaffo all’arroganza di chi pensa che il potere derivi dalle armi strette in pugno e, invece, di fronte al rifiuto di un ragazzo, si trova a fare i conti con la propria condizione di miserabile. Un affronto che Faraaz ha pagato col sangue. Il suo cadavere, insieme a quello delle due ragazze, è stato trovato all’alba dalle forze dell’ordine. Sulle sue mani i segni della lotta. Persino dopo la sentenza di morte decretata dal suo “no” ha provato a difenderle dai boia.

“La virtù è il primo titolo di nobiltà; io d’un uomo non bado al nome ma alle azioni” scriveva Moliere. Un aforisma che sintetizza bene questa storia. Carnefici e vittime provenivano tutti da famiglie benestanti. Ma hanno fatto scelte diverse. Da una parte il martirio per una causa folle, dall’altra il sacrificio in nome dell’amicizia. Non è il pedegree a farci uomini, a renderci importanti. Sono le azioni quotidiane, i valori, la capacità di discernere il bene dal male. Questo fa di Faraaz un eroe degno di essere ricordato e dei suoi assassini una comparsa di cui presto si perderà memoria.

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