ISTANBUL, QUANDO I LIBRI DISARMANO

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Istanbul

Una libreria a tre piani in stile rustico arabo, organizzata anche come un Caffè, nel cuore della vecchia Istanbul, nel quartiere storico di Ayvansaray in Fatihè, è diventata il rifugio con il calore di casa per molti siriani in fuga dalla guerra in Turchia. Oltre due milioni e mezzo. E anche per egiziani, libici, iracheni.

Si chiama “Pages”, “Pagine” in inglese – anche se è registrata ufficialmente con il nome arabo di “Safahat” –, e promette già nel nome di raccontare storie di vita e di pace, ospitate nei libri e, attraverso l’amicizia di carta, tra i lettori. Un piano è dedicato alle pubblicazioni per bambini e uno funge da biblioteca. Ospita libri ed eventi quotidiani, anche concerti e corsi di giornalismo, in tre lingue: arabo, inglese e turco. C’è anche il cinema.

Il proprietario è Samer al-Kadri, lui stesso un rifugiato. In Siria era un artista editore, pubblicava libri per l’infanzia. La sua libreria, la prima dedicata alla cultura araba, è un luogo di incontro e di confronto – dice –, si sforza di essere un ponte tra siriani, turchi e la miriade di stranieri che visitano la città. Non è soltanto una lodevole iniziativa economica-commerciale, quella di al-Kadri, ma un progetto di sviluppo culturale e comunitario. In una intervista a “Yabangee”, ha dichiarato che Pages è “un centro per la cultura, non è solo un luogo per la vendita di libri. La gente viene qui anche per leggere gratuitamente, senza pagare”. Funziona, allora, come un’ambasciata culturale. Il viaggio per la felicità e per la pace passa attraverso l’informazione e la conoscenza. Uno schiaffo per chi crede che il destino di sofferenza sia una condanna inevitabile e anche per chi, proprio per ignoranza, coltiva stereotipi contro gli arabi e gli islamici, come se fossero un’entità singola e definita.

“In questo momento, ci sono moltissime divisioni ideologiche, nel mondo arabo come in Siria. Ognuno cerca di distinguersi e di separarsi dall’altro. È tempo che cominciamo a parlarci l’un l’altro. Le tensioni tra laicisti e islamisti hanno raggiunto il picco. Anche all’interno dei gruppi laici ci sono molte divisioni, di sinistra e di destra. Il nostro obiettivo è di far parlare tutti questi tra loro. Ciascuno deve poter ascoltare voci diverse e rispettare differenti opinioni”, afferma al-Kadri. Poi, c’è la questione del pregiudizio occidentale nei confronti dei profughi. Nell’immaginario collettivo, si tratta soltanto di poveri ed emarginati, affamati e in cerca di elemosina.

Il mondo arabo ha una cultura antica e ricca, in modo particolare la Siria. “Voglio trasmettere una immagine diversa della Siria per il mondo occidentale, da quella che mostra i siriani come profughi affamati – dichiara –. Ci sono una varietà di immagini positive, da presentare al mondo esterno. La Siria ha una storia che risale a tempi antichi, ma si sente forse mai parlare di un siriano scrittore, artista, regista o un intellettuale? La risposta è no. Le persone in Occidente sono sorprese quando mi incontrano e scoprono che non patisco la fame. Certo, ci sono moltissime persone che soffrono e dobbiamo concentrare l’attenzione per la soluzione dei loro problemi. Tuttavia, c’è un altro lato della storia, che è stata trascurata dai media per lungo tempo. La Siria non è solo pro-Assad o pro-ISIS, c’è un’altra resistenza, che è quella della cultura”.

Istanbul è al “crocevia tra le culture del mondo, ma non è multiculturale. È piuttosto multirazziale”, spiega al-Kadri. Sebbene il panorama letterario sia estremamente ricco e maturo e il numero dei lettori sia più alto che nel resto del mondo, è rivolto esclusivamente al pubblico turco. Ecco, allora, che “Pages”, la prima libreria con testi in arabo per l’80 percento, colma un vuoto editoriale, offrendo al contempo un servizio civile, di integrazione e di pace sociale. La capitale siriana, Damasco, è davvero una città multiculturale, ma le difficoltà burocratiche, per chi voglia avviare una impresa editoriale, riferisce Samer, sono molto più onerose.

Tra i dipendenti della libreria c’è Ola Suleiman, arrivata in Turchia dalla Siria insieme ai suoi sei fratelli, e tutti lavorano per cercare di costruire una nuova vita. Sono circa l’80 percento, i profughi siriani che vivono fuori dai campi. La legge locale, però, vieta di assumere personale siriano. Così, i lavoratori siriani sono spesso sfruttati e le tasse sono evase dai loro datori di lavoro. Suleiman non ha un contratto regolare di lavoro, perché non può averlo, ma ha un’assicurazione sanitaria. Tra i clienti siriani della libreria c’è Faiz Dakhil, che qui “sente il profumo di casa”. Ed è questa l’ambizione del fondatore: fare della libreria una casa per tutti.

Amnesty International denuncia che la Turchia manda indietro i profughi siriani verso il Paese in guerra. Questi cercano di integrarsi nella comunità turca, dandosi da fare. Ma la loro condizione, nei 25 campi profughi sul confine, soprattutto nelle tendopoli alla frontiera siriana, è difficile, in qualche caso drammatica. Tanto da sollevare le proteste internazionali dei difensori dei diritti umani. Gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite si sono ridotti al 40 percento delle esigenze, il Programma alimentare mondiale non offre più assistenza a ben nove campi. Soltanto il 20 percento dei bambini in età scolare riceve istruzione. Ecco perché la sola speranza, per moltissimi, è tentare di raggiungere l’Europa. Iniziative, come quella di Samer al-Kadri, valgono più di mille incontri diplomatici. La facciata verde della multicolore e multilingue libreria è la risposta di speranza per tante storie in bianco e nero, o forse, moltissime, soltanto con tante sfumature di grigio fuliggine.

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