“PACEM IN TERRIS”, L’ENCICLICA SIMBOLO DELL’UNITA’ TRA I POPOLI

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Oltre cinquantanni fa, il mondo era diviso in due blocchi. Alla vigilia di una delle più grandi rivoluzioni sociali, c’erano guerre in oriente e in Vietnam, ma non solo. Conflitti e tensioni sconvolgono anche l’Africa e l’America Latina. Sovrana regna su tutte le nazioni la paura della guerra nucleare. In questo panorama storico si inserisce l’enciclica di Giovanni XXIII, oggi santo, dedicata alla pace. Il documento viene pubblicato l’11 aprile del 1963. “Pacem in terris” è l’ottava, ed ultima, enciclica di Papa Roncalli. Il Pontefice del Concilio si rivolge a “tutti gli uomini di buona volontà”, credenti e non, perché la missione Chiesa non esclude nessuno e va oltre i confini degli Stati. “Cerchino, tutte le nazioni, tutte le comunità politiche, il dialogo, il negoziato”, si legge nel documento. 53 anni fa Roncalli aveva intuito che quell'”anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi” può essere instaurato “solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”, ricercando ciò che unisce e tralasciando ciò che divide.

L’enciclica si focalizza su quattro punti cardine per orientare i popoli sul cammino della pace: la centralità della persona inviolabile nei suoi diritti, senza tralasciarne i doveri; il bene comune da perseguire e realizzare ovunque, in ogni parte del pianeta; il fondamento morale della politica; la forza della ragione accompagnata dal faro della fede. Ma non solo: dal testo trasuda un continuo appello ai leader politici: abbandonare le armi per tessere relazioni tra tutti i popoli basate sul dialogo e non sulla forza violenta. La “Pacem in terris” è ancora oggi una delle encicliche più famose e conosciute di tutto il Magistero pontificio. Anche nell’uomo del 2000 suscita una molteplicità di reazioni positive. A tutti gli effetti è un documento “cattolico”, cioè universale, ben accetto anche fuori dagli ambienti della Chiesa cattolica.

Quando venne pubblicata, a Londra numerosi deputati anglicani presentarono una mozione di apprezzamento per quest’opera di Giovanni XXIII. L’allora Segretario Generale dellOnu, U Thant, salutò la “Pacem in terris” con una dichiarazione piena di entusiasmo. Dopo appena due anni, lo stesso Segretario portò il testo dell’enciclica al Palazzo di Vetro, promuovendone lo studio con un ciclo di conferenze a livello internazionale. Nell’Urss, l’agenzia di stampa Tass pubblicò una sintesi del documento commentandone soprattutto, e in chiave positiva, i passi dedicati al disarmo. Anche l’allora presidente americano John Kennedy si dichiarò fiero del testo e “pronto a trarne lezione”. Il Washington Post scrisse: “Giovanni XXIII ha raccolto il voto dei popoli, cosicché la Pacem in terris non è solo la voce di un anziano prete, né quella di un’antica Chiesa, ma la voce della coscienza del mondo”.

Recentemente, con la pubblicazione dell’Esortazione Laudato Sì, scritta da Papa Francesco, mons. Toso, vescovo di Faenza, che è stato anche Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, nota una grande somiglianza con la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII: “Colpisce, innanzitutto, l’ampio respiro, il proposito di coinvolgere tutti in un ampio movimento ecologico mondiale e inoltre la fiducia nella capacità di collaborazione per costruire la casa comune – afferma il presule -. Papa Francesco si pone nella scia della ‘Pacem in terris’, enciclica caratterizzata da un sano ottimismo, e si rivolge non solo agli uomini di buona volontà ma a tutti. La complessità della crisi ecologica e le sue molteplici cause esigono l’apporto sia degli uomini di fede sia delle persone che non credono, della scienza e della religione”.

“Le soluzioni, così come ricorda il Pontefice, non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. In secondo luogo, mi ha colpito la definizione del clima come bene comune, ma anche il coraggio di proporre dei limiti, in vista della libertà economica per tutti, a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. Non basta proclamare la libertà economica e desiderare un’ecologia integrale – conclude -, se non si creano le condizioni necessarie per ottenerle”.

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