Perché servono 007 europei

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bambara

È arrivato imprevisto, l’attentato di Bruxelles, che ha ucciso oltre trenta persone e ferite circa duecento. Ma non era imprevedibile. I Servizi segreti russi e iracheni, e, secondo fonti interne anche quelli italiani, avevano avvertito del pericolo in arrivo. Anche in Belgio, come in Francia, per l’attacco terroristico multiplo a Parigi, l’Intelligence si è rivelata poco intelligente, se l’intelligenza è la capacita di collegare le informazioni tra loro e analizzare gli elementi in proprio possesso al fine di risolvere problemi e anticipare e prevenire comportamenti. E questo vale maggiormente quando l’Intelligenza è una funzione dello Stato e non soltanto una virtù individuale, cioè, quando riguarda, appunto, i Servizi d’Informazione, che hanno il compito di garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini, attraverso il reperimento, la raccolta e l’analisi di informazioni, per comprendere ciò che avviene e si prepara e assumere decisioni adeguate, intraprendendo azioni finalizzate alla sicurezza efficaci.

L’intelligenza si nutre di conoscenza. In un sistema ad altissima complessità, qual è quello culturale, politico e religioso delle nostre società, è il frutto di una collaborazione, di uno scambio attivo di informazioni e di una cooperazione all’elaborazione di strutture di difesa e di strategie condivise, dal momento che i problemi e i rischi sono sempre più comuni e globali, benché si manifestino a livello locale, ora qui, ora lì, su uno scacchiere dove le mosse sono a volte casuali e caotiche, ma più spesso sono programmate e predeterminate.

La polizia belga conosceva l’indirizzo di Salah Abedslam da tre mesi, ma l’informazione era seppellita in un rapporto confidenziale. Gli attentatori, pur segnalati alle Forze dell’Ordine di alcuni Stati membri, hanno potuto muoversi liberamente nel Vecchio Continente.

L’Unione Europea deve avere una Intelligence europea, con 007 europei e una banca dati comune. Sembra quasi banale dirlo, eppure questo non avviene, non è avvenuto finora, per quanto il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker abbia dichiarato che “la cooperazione tra Servizi segreti europei era stata già decisa alla fine del 1999 e ribadita dopo gli attentati negli Stati Uniti l’11 settembre 2001”. Già allora, e poi nel 2005, nell’ambito di un progetto di riforma dell’Intelligence in chiave culturale e transculturale, scrivevo che questa era urgente, a partire da alcune domande fondamentali: quali sono le informazioni da acquisire, da difendere e da controllare? Chi lo decide? In che modo opera? Chi controlla i controllori? Intorno a queste domande andrebbe realizzato un Sistema di Intelligence europeo, di tipo culturale e cooperativistico, appunto.

Una prima riforma dei Servizi di informazione e sicurezza era avvenuta negli anni Ottanta, passando da una Intelligence esclusivamente militare ad una anche economica, per la quale, insieme alla guerra, ai conflitti, anche ideologici, e alle invasioni militari, è pure un pericolo nazionale una concorrenza economica e commerciale invadente. Il pericolo del terrorismo jihadista richiede una nuova riforma, per una Intelligence multidimensionale e collettiva, cioè, che raccolga e analizzi informazioni di diversa tipologia e su più dimensioni (personali, ambientali, internazionali, e dunque: psicologiche, religiose, politiche, motivazionali, familiari, associative, finanziarie, tecnologiche, commerciali, etnico-linguistiche), considerando tutti i cittadini come fonti di conoscenze utili alla sicurezza. Pierre Levi la chiama “intelligenza collettiva”.

È cambiato il paradigma culturale e lo stile di vita delle nostre società, con l’aumento dei flussi migratori, l’incremento delle disparità sociali ed economiche, la complessità dei contesti multiculturali sul territorio europeo, l’esplosione e la frantumazione dei focolai di guerra; e dunque, devono cambiare il concetto stesso e gli strumenti della sicurezza. Questa riforma non può essere riducibile ad una contrazione delle libertà personali dei cittadini. Non si tratta di limitare la privacy, ma di riorganizzare l’Intelligence attraverso lo sviluppo, l’integrazione e l’interazione di nuove e diverse competenze.

La scienza della complessità è il riferimento, il metodo e l’aiuto per questa nuova Intelligence in chiave culturale, transculturale e collettiva. Infatti, il “pensiero della complessità” ha sostituito il paradigma classico della “certezza” e “precisione” con il paradigma di “probabilità” e “indeterminazione”. Solo con la consapevolezza che ci si confronta con attori perlopiù sconosciuti e imprevedibili, per cui non è possibile stabilire un rapporto lineare tra causa ed effetto, si può mettere in opera una metodologia investigativa estremamente flessibile e capillare, che valorizzi diverse capacità e forme di intelligenza altamente qualificate, non soltanto specialistiche, che possano essere come tante “finestre aperte di osservazione” sul mondo. Questo implica anche una revisione della concezione della conoscenza, non più piramidale, ma circolare-ellittica: non ci sono informazioni più rilevanti di altre, ma la rilevanza è il risultato del contesto e della relazione tra le informazioni.

Un mondo complesso ha bisogno di una Intelligence complessa, che integri il sistema classico di sicurezza con una metodologia sistemica-orizzontale, che tratti il terrorismo come, a sua volta, un sistema complesso, organizzato secondo gradi di complessità sempre più elevati, con la formazione continua di sottosistemi interni, orientati al raggiungimento di obiettivi comuni, che non possono essere compresi con i criteri della logica classica, di causa-effetto, ma attraverso una con-causalità, che consideri il disordine, e non l’ordine, come regola, e l’irrazionale e l’arazionale, invece che la logica, come prevalenti. Intelligenza complessa significa, infatti, ragione aperta e flessibile, che comprende l’intuizione, l’immaginazione, la sensibilità.

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