La violenza non ha colore

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I recenti fatti di Colonia hanno riacceso con forza il dibattito sulla violenza contro le donne e riaperto il teatrino della strumentalizzazione politica che a ogni “stormir di foglia” non perde occasione per appiccicare etichette e ricercare posizioni più vantaggiose nella classifica dei consensi. La violenza contro le donne è qualcosa che non può e non deve avere colori politici o reminiscenze ideologiche; la violenza è qualcosa che va oltre, è una violazione dei diritti umani e come tale va prevenuta e ostacolata ad ogni livello e in ogni paese. Sui gravi episodi di fine anno in Germania sarà ovviamente la magistratura tedesca a individuare i colpevoli, stabilire con certezza le motivazioni di fondo che li hanno originati e comminare ai responsabili pene giuste ed esemplari.

Quello che a noi donne della Cisl preme ribadire è che la violenza va condannata sempre e ovunque, da qualunque parte provenga, senza distinguo, nella consapevolezza che l’aspetto culturale, in misura maggiore o minore, a seconda dei paesi, rimane la componente principale del fenomeno ed è per questo che va contrastato non solo attraverso l’azione giuridica ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale.

Pertanto, quello che è avvenuto a Colonia non ha nulla a che vedere, come ha sottolineato la nostra Segretaria Generale Anna Maria Furlani ¬ con i fenomeni della migrazione in sé, su cui occorre rimanere fermi in termini di solidarietà e accoglienza per chi fugge da guerre e conflitti, nonché di rispetto delle regole per una convivenza civile e pacifica. Un concetto precisato anche da Papa Francesco che ha parlato di validità dell’accoglienza solo se procede nelle due direzioni, per chi è accolto, che “ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita”, e per il Paese che accoglie, “chiamato a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità”.

Qualunque cultura deve arretrare di fronte ai diritti inviolabili della persona e al diritto alla salute e questo si può ottenere solo attraverso il dialogo, l’informazione e quindi la conoscenza. Alcune pratiche tradizionali, ad esempio, come le mutilazioni genitali femminili, oltre a essere un reato, costituiscono un rischio per la salute di tante donne e ragazze. Lo stesso dicasi per il fenomeno delle cosiddette “spose bambine” che nega il diritto all’infanzia a migliaia di minori che si trovano catapultate, quando va bene, in qualcosa – è proprio il caso di dirlo ­ più grande di loro.

Così la violenza tra le mura domestiche, che ci tocca più da vicino, non è un fatto privato da risolvere a casa propria ­ come pensano ancora molti nostri giovani e da noi più volte evidenziato (Rapporto “Rosa shocking 2”) ­ ma è la negazione della dignità della persona, frutto di una visione distorta della realtà. La scuola, le agenzie educative e i media possono fare molto in questa direzione. Noi, come donne del Coordinamento, non abbasseremo la guardia ma intendiamo rafforzare la nostra azione cercando ulteriormente il dialogo e lo scambio con le altre culture, in particolare intercettando e coinvolgendo le donne immigrate, le attiviste delle singole comunità e il mondo dell’associazionismo femminile – come ha richiamato anche la Furlan ­ per portare avanti insieme l’idea del rispetto della donna e del proprio corpo.

Certe che nessuna è intenzionata a far passare una violenza contro le donne per violenza etnica e tantomeno arrogarsi una superiorità culturale, mi piace concludere con una frase della scrittrice tedesca Helga Schneider: “la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma oggi avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri”. Noi lo vogliamo ancora sperare ed è per questo che stiamo lavorando, anche unitariamente, su alcune iniziative che intraprenderemo prossimamente come Coordinamento nazionale.

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1 COMMENT

  1. Mi spiace.
    Mi piacerebbe un commento anche dal Generale Termentini.
    Mi spiace.
    Ciò che non si comprende è che si dovrebbe valutare accuratamente se i Fatti di Colonia (e delle altre località in cui si sono verificati episodi analoghi) non siano altro che la prova generale di un attacco militare dall’interno,
    oppure un testo, sempre a scopi militari per verificare i tempi (e i modi ) di reazione da parte della forza pubblica e dell’intervento dei militari delle forze armate in simili episodi.
    Negli anni ’50, quando la Cina Maoista era tecnologicamente arretrata dal punto di vista missilistico, fu ipotizzata dagli studiosi militari del Pentagono un attacco nucleare dalla Cina mediante infiltrazione.
    Invece di missili ICBM di cui non disponeva la Cina, il tentativo sarebbe stato quello di far sbarcare furgoni frigoriferi apparentemente di pescatori oceanici in porti della costa Ovest, dove sarebbero passati inosservati, mescolati a tanti mezzi simili, ma ciascuno recante a bordo, opportunamente sepolta sotto mucchi di pesce congelato, una bomba nucleare.
    Furono definiti “Missili a lenta corsa” e solo dopo la verifica dei tempi di reazione e del “secondo colpo di ritorsione” a complemento delle misure di sicurezza circa l’avvicinamento ai siti strategici di lancio, gestiti
    dal SAC (compresi i B47 e poi i B52 permanentemente in volo armati di missili nucleari) tale progetto sarebbe stato abbandonato (da entrambe le parti) attorno ai primi ’60.
    Che i fatti di Colonia siano consistiti in attacchi alle donne, mi si perdoni questa valutazione, è secondario rispetto ai fini del test. Avrebbe dovuto essere un fatto abbastanza eclatante, ma deviante rispetto allo scopo, quello di rilevare le varie reazioni.
    Possibile che non sia così evidente?

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