Cogito, ergo investo

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Sono passate poche settimane dal salvataggio, da parte del Governo, delle quattro banche che rischiavano l’insolvenza e dal primo di gennaio sarà operativa la normativa sul bail in bancario, cioè sul salvataggio interno dal rischio di default a danno di azionisti e obbligazionisti, e, forse, sarebbe necessaria una seria riflessione su cosa questo significhi.

Partiamo dalla nozione di bail in (salvataggio interno) che si oppone alla procedura di bail out (salvataggio estero) che di solito avviene mediante l’uso di soldi pubblici. Questo secondo metodo, utilizzato in precedenza per scongiurare il crack del sistema bancario, è stato all’origine dei guai finanziari di intere nazioni, nel passato, dall’Islanda a Cipro, passando per Spagna e Slovenia. Queste sono le ragioni per cui si è optato per un sistema interno di risanamento che vada anche a responsabilizzare azionisti e creditori degli istituti bancari.

Come descrive bene lavoce.info, se un istituto di credito entrasse in uno stato di crisi l’autorità di sorveglianza (Bankitalia per le banche minori e il Single Resolution Board per gli istituti maggiori e i gruppi internazionali con sede nell’Eurozona) potrà valutare se dichiarare l’insolvenza e liquidarla (in Italia, mediante la procedura di liquidazione coatta) o, invece, operare una “risoluzione”.
La decisione in merito sarà, poi, presa valutando se la crisi in atto minacci o meno la stabilità del sistema finanziario.

Il bail in altro non è che lo strumento con cui operare questa “risoluzione” e opera in modo da far “pagare le perdite della banca ai suoi creditori. Ad esempio, se l’istituto per poter operare deve avere un patrimonio di +10 e ha invece un deficit (cioè ha un attivo inferiore ai debiti) di ‒100:  si eliminano gli azionisti; si riducono di 100 i diritti dei creditori, secondo il loro ordine di soddisfazione (da quelli subordinati a quelli via via più garantiti), riportando il passivo della banca a un valore uguale al suo attivo; così azzerato il deficit, si converte un’altra parte delle pretese dei creditori (sempre rispettando la gerarchia), facendoli diventare azionisti nella misura necessaria a ripristinare il patrimonio di 10, che occorre alla banca per operare. Se invece la banca ha solo un patrimonio insufficiente, ma non un deficit, allora gli azionisti vengono diluiti, ma non eliminati”.

Cosa cambia, quindi, dalla situazione precedente? La differenza più grande è che non è più previsto un intervento pubblico se non in determinati casi qualora la procedura di “risoluzione”, se l’istituto fosse di rilevanza sistemica, si fosse esaurita la possibilità di attingere risorse interne e correntisti e creditori vengono tutelati secondo il principio del no creditor worse off, cioè che nessun creditore possa subire una perdita maggiore rispetto al fallimento della banca e alla sua successiva liquidazione.

In caso di bail in, quindi, le risorse atte al risanamento sarebbero attinte prima al capitale di rischio della banca, azzerando il valore delle azioni, poi dai creditori, secondo il grado di rischio del credito vantato (quindi partendo dalle obbligazioni subordinate per giungere, in casi più gravi ai saldi superiori ai 100’000 € sui conti correnti) salvaguardando così i risparmiatori.

Qual è questa salvaguardia, quindi, visto che si parla sempre di contribuzione anche dei correntisti al risanamento dell’istituto. I conti correnti, fino alla soglia di garanzia dei 100’000 Euro, sono esclusi dal processo di ricapitalizzazione della banca e anche i saldi eccedenti rappresentano l’extrema ratio per operare il salvataggio, quindi non verrebbero toccati se l’annullamento dei debiti vantati con azionisti e obbligazionisti fossero sufficienti.

Gli altri strumenti finanziari in deposito, poi, sono esclusi dal procedimento, azioni di terzi, obbligazioni di terzi e fondi di investimento in portafoglio non possono essere toccati.

L’introduzione di questo strumento è un passo importante nella ridefinizione dell’ambiente bancario perché se da un lato diminuisce la “sicurezza”, più percepita che reale, di un investimento ma dall’altro si rafforza la responsabilizzazione sia del management bancario, che non potrà più avventurarsi in investimenti e aperture di credito azzardate non potendo più contare sulla possibilità di ricorso ai fondi pubblici per garantire la solvibilità degli istituti, sia dei risparmiatori stessi che saranno obbligati a scelte più consapevoli nella gestione dei propri risparmi.

Quello che dovrà svilupparsi, ora, è una vera cultura finanziaria, anche di base, poiché non si potrà mai più credere che “le banche sono tutte uguali”, citando una delle più ricorrenti espressioni da bar, ma che esistono banche solide e banche più rischiose… e non sempre la banca sotto casa è quella che può essere più indicata alle proprie esigenze.

Il punto focale seguente, poi, si caratterizza per una maggiore attenzione che ogni risparmiatore deve porre nell’impiegare il proprio patrimonio, non più il classico “libretto di risparmio”, quindi, e neppure l’acquisto di prodotti di un unico emittente (come molti “consulenti” poco professionali suggeriscono pensando, a torto, di fare il bene dell’azienda dove lavorano) ma la creazione di una vera differenziazione di portafoglio, tra fondi e obbligazioni di diversi emittenti, magari usando anche lo strumento del PAC, Piano di ACcumulo, che permette di investire anche con piccole quote ricorrenti se il capitale iniziale fosse di dimensioni ridotte.

Non ho parlato di azioni proprio perché queste rappresentano uno strumento più rischioso, più volatile, in quanto partecipazione al capitale di rischio delle aziende quotate che sarebbe meglio lasciare a investitori esperti e professionali, evitandole se non si fosse intenzionati a seguire con costanza i listini di borsa.
Certo questo articolo non vuole essere un vademecum per futuri investitori ma, forse, può dare qualche spunto per approfondire degli argomenti e non trovarsi impreparati al futuro che, come si nota, non sarà mai più “privo di rischi” come gli anni passati.

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