Francesco Caracciolo, ecco chi era “il Santo dell’Eucaristia”

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“Sangue preziosissimo del mio Gesù, tu sei mio, e per te e con te soltanto spero di salvarmi. O sacerdoti, sforzatevi di celebrare la Messa ogni giorno e di inebriarvi con questo sangue!”. San Francesco Caracciolo, chiamato “il Santo dell’Eucaristia”, ripeteva spesso queste parole. Battezzato col nome di Ascanio, terzogenito di una ricca e nobile famiglia di Villa Santa Maria (Chieti), nasce nel 1563, anno in cui si chiude il Concilio di Trento, tappa storica per il rinnovamento della Chiesa. Riceve un’educazione consona al suo rango e al contempo ricca di principi cristiani dai quali si sente attratto fin dalla giovane età. Infatti, da bambino è molto devoto alla Vergine Maria e indossa l’abitino del Carmine, recitando il rosario e digiunando ogni sabato. A 22 anni contrae l’elefantiasi, una grave malattia contagiosa che lo deturpa in tutto il corpo. Per tale motivo decide di isolarsi in un sottoscala del palazzo di famiglia e di dedicarsi con maggior fervore alla relazione con Dio. Fa voto di rinunciare per sempre alle ricchezze terrene, di consacrarsi a Dio e di dedicarsi ai più bisognosi in cambio della guarigione. Le sue preghiere vengono miracolosamente esaudite e si reca a Napoli dove presta servizio presso la Compagnia dei Bianchi di Giustizia a favore di poveri, malati, carcerati e condannati a morte presso l’ospizio degli Incurabili.

Inizia il cammino per diventare presbitero e durante gli anni di formazione sosta spesso e a lungo davanti al Santissimo Sacramento. A quest’intensa spiritualità eucaristica unisce un profondo amore per la Passione di Gesù che medita quattro volte al giorno. Ordinato sacerdote si fa notare per alcune presunte guarigioni tra i degenti degli ospedali in cui esercita il suo ministero. L’assistenza verso i moribondi caratterizzerà tutta la sua esistenza dedicata anche ai lavori più umili, come rassettare i letti, pulire le stanze, rattoppare le vesti degli infermi. La premura e la dolcezza verso tutti, l’impegno con cui raccoglie l’elemosina per l’educazione dei piccoli o per il matrimonio delle fanciulle, gli procureranno l’appellativo di “padre dei poveri”.

Un giorno gli giunge una lettera da un ricco e nobile genovese, don Agostino Adorno, e dall’abate di Santa Maria Maggiore a Napoli, Fabrizio Caracciolo. In realtà è indirizzata a un religioso suo omonimo che fa parte della sua stessa congregazione, ma viene recapitata a lui, che la accoglie come un segno della Provvidenza. A causa di questo provvido disguido diviene cofondatore di un nuovo ordine religioso, i Chierici regolari minori, dei quali scrive la regola insieme ad Adorno e Fabrizio Caracciolo presso i Camaldolesi. È proprio lui a proporre di aggiungere un quarto voto a quelli di povertà, castità e obbedienza: il rifiuto di qualsiasi carica ecclesiastica. Quando il nuovo istituto viene riconosciuto, Ascanio cambia il suo nome in Francesco, in onore del Poverello di Assisi. Nel 1589 si reca in Spagna con Adorno con l’intento di diffondere in quel territorio il nuovo ordine. La missione, però, risulta fallimentare perché dopo appena un anno tornano a casa in pessime condizioni di salute. Il suo confratello Adorno muore e Francesco Caracciolo, appena trentenne si trova a guidare da solo la nuova famiglia religiosa da lui fondata.

Nel 1591 Francesco viene eletto Preposto generale perpetuo, carica che deve accettare per ottemperare al voto di obbedienza, ma non cambia il suo modo di vivere la penitenza, il digiuno e neppure l’abitudine a svolgere i compiti più umili. Sceglie sempre le stanze più strette e indossa il cilicio nelle feste e nei lunghi viaggi a piedi. Torna in Spagna altre due volte dove tra mille difficoltà – e in particolare l’opposizione di re Filippo II che minaccia di chiudere l’Ospedale degli Italiani – fonda le prime comunità dei Chierici regolari minori. È infaticabile nell’ascoltare le confessioni, nell’insegnare il catechismo ai fanciulli, nell’organizzare le opere di carità, nel predicare verità eterne ai fedeli e nell’organizzare Pie Congregazioni. Il grande amore per il Signore e lo zelo per la conversione dei peccatori valgono al Santo l’appellativo di “cacciatore di anime” e di “uomo di bronzo”. Compie ogni azione con grande fede e umiltà come racconteranno diversi testimoni nel processo di canonizzazione. San Francesco, spiegano infatti i suoi contemporanei, sana moltissimi malati facendo un semplice segno della croce sulla loro fronte e ai ringraziamenti risponde: “Fratello, datene grazia a Dio e non a me, che sono il più tristo e malvagio peccatore che si trovi”. Con un’analoga disposizione d’animo nelle missive è solito firmarsi: “Francesco peccatore”.

Eletto maestro dei novizi riuscirà ad aprire una casa a Valladolid, dimostrando una grande capacità di discernimento tra i giovani, predicendo ad alcuni la vocazione alla vita religiosa, ad altri addirittura l’apostasia. Nel 1607 finalmente chiede di essere dispensato da ogni ufficio e di dedicarsi solo alla preghiera. Promuove il culto dell’Eucaristia, stabilendo che gli allievi dell’Ordine si avvicendino nell’Adorazione del Santissimo Sacramento. Non si stanca mai di esortare anche gli altri sacerdoti a questa pratica, esponendo il Santissimo ogni prima domenica del mese. Colpito da una violenta febbre muore ad Agnone (Isernia) il 4 giugno 1608. Diventerà compatrono di Napoli, patrono dei congressi eucaristici abruzzesi e dei cuochi d’Italia. Ricordiamo le ultime parole da lui pronunciate – “Andiamo, andiamo!” – e la sua replica con voce forte alla domanda su dove volesse andare: “Al cielo, al cielo”.

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