L’allergia alla nocciola non ha più segreti, lo studio italiano

Isolato e depositato alla banca degli allergeni il responsabile della reazione allergica molto diffusa e pericolosa in età pediatrica, ora è più facile diagnosticarla

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:53
Immagine da Pixabay

L’allergia alla nocciola, frutto utilizzato nelle creme spalmabili e, quindi, presente nelle abitudini dietetiche dei bambini, non ha più segreti grazie ad uno studio tutto torinese. Pubblicato su Pediatric Allergy and Immunology, giornale ufficiale dell’Accademia Europea di Allergia e Immunologia Clinica, ha permesso di isolare una proteina allergenica – detta oleosina – e di dimostrare che in alcuni bimbi è l’unico responsabile dei sintomi allergici. In questo modo sarà possibile diagnosticare con più facilità l’allergia, molto diffusa in Italia e pericolosa per la vita soprattutto nei bambini. “Il nuovo allergene – fanno sapere – è stato depositato nell’apposita banca degli allergeni dell’Organizzazione mondiale della sanità”.

Secondo quanto riportato dal Registro Europeo dell’Anafilassi, che raccoglie i dati di bambini e adolescenti di dieci Paesi europei, Italia inclusa, la nocciola è il secondo alimento – dopo l’arachide – causa di reazioni allergiche severe nei bambini in età scolare, il terzo nei bambini in età prescolare.

Lo studio è stato condotto dalla dottoressa Giovanna Monti, del servizio di Allergologia pediatrica della Pediatria diretta dal dottor Marco Spada e afferente al Dipartimento di Patologia e Cura del Bambino dell’ospedale infantile Regina Margherita della Città della Salute di Torino, diretto dal professor Franca Fagioli. È stato realizzato con il sostegno della Fondazione Crt, in collaborazione con i ricercatori dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari del Cnr di Torino, coordinati dalla dottoressa Laura Cavallarin e condotti dalla dottoressa Maria Gabriella Giuffrida.

L’isolamento della proteina allergenica è stato possibile anche grazie all’analisi del genoma del nocciolo, condotta dai genetisti e dai biotecnologi vegetali del Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari dell’Università di Torino e dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del Cnr.

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