Se la linea europea sul Covid è il “si salvi chi può”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:08

All’osservatore attento del susseguirsi dei fatti a livello europeo in ordine alla pandemia non sarà certo sfuggito il procedere in ordine sparso – quando non opposto – dei vari Stati circa le strategie politiche e sociosanitarie da assumere per tutelare al massimo i cittadini del nostro continente. Mentre nel nostro Paese divampa la polemica fra Stato e Regioni, fino a chiedere di ripensare da cima a fondo il Titolo V, sembra non alzarsi nessuna voce di allarme circa la “non politica europea” di contrasto al COVID. Stiamo assistendo da mesi a provvedimenti di carattere sanitario e sociale sotto l’insegna de “ognuno si arrangi come può”, fino all’assurdo che perfino circa le possibili terapie contro il virus e sul tanto agognato vaccino ogni Stato si sta ingegnando sulla base di proprie domestiche convinzioni.

Gli appelli allo stare uniti, a lavorare insieme, a far fronte comune contro l’emergenza rimangono ciò che sono: appelli di grande effetto mediatico-emotivo, utili a nascondere quello scollamento quasi totale che caratterizza, purtroppo, la cosiddetta “Unione” europea. “Ognuno per sé e Dio per tutti” verrebbe da dire, se non fosse che, ahinoi, la radice di questo male sta proprio nell’avere esiliato Dio dalla storia di un continente che proprio dall’incarnazione di Dio ha ricevuto tutto, dal riscatto dalla barbarie fino alla sua stessa esistenza culturale, sociale e civile. Sugli stessi aiuti economici, al di là della facciata, siamo tutti ben consapevoli che dietro le quinte contrasti e dissapori fra Paesi “parchi” (vedi Belgio & C.) e Paesi “spendaccioni” (vedi Italia, Spagna & C.) sono tutt’altro che risolti, al punto che – una volta di più – oltre le promesse, non si ha nulla di sicuro: né quanto né quando arriveranno questi soldi, né tantomeno a quali condizioni.

Eppure, in mezzo a questo disordine istituzionalizzato, la Commissione UE ha trovato un terreno di azione comune: con la “comunicazione 698, 12 novembre 2020” ha stabilito le strategie volte ad implementare la cultura LGBTQI negli ordinamenti giuridici dell’Unione e degli Stati membri! In concreto si chiede (e si impone) di introdurre a livello europeo il “reato di omofobia”, il riconoscimento reciproco fra gli Stati della omogenitorialità e dei matrimoni omosessuali, l’assegnazione di finanziamenti ad hoc per le iniziative LGBTQI e l’inserimento “into all EU policies as well as into EU funding programs” – compreso il Recovery Fund – di un’attenzione speciale sulla “LGBTQI equality perspective”. Si tratta di una vera e propria entrata a gamba tesa nelle politiche nazionali dei singoli Stati, imponendo una politica socioculturale, che riguarda in particolare la politica familiare e quella scolastica, la cui esclusiva competenza e sovranità di scelta spetta sempre e solo a ciascun singolo Stato.

L’azione prevista dalla Commissione esula, dunque, dalle competenze ad essa attribuite sulla base dei Trattati stessi dell’Unione Europea, a partire dagli articoli 83 e 165 TFUE ed acquista il senso di un vero e proprio ricatto: lo Stato che vuole aiuti economici a vantaggio delle proprie comunità in grande sofferenza, deve sottostare alla dittatura della cultura LGBTQI. Non può non notare che si tratta di una scelta operativa quantomeno vergognosa ed odiosa, per forzare la volontà degli Stati membri in materie che esulano totalmente dalle competenze dell’Unione Europea. Pensando, poi, che è in gioco addirittura l’aiuto economico per l’emergenza sanitaria (“recovery fund”) risulta evidente che si tratta di un’azione di discriminazione sociale a danno dei malati e delle loro famiglie. Grazie a Dio, Stati come Polonia e Ungheria, non ci stanno ad essere “ricattati” e si stanno opponendo a questa assurda condizionalità, in nome della libertà sancita dagli stessi trattati europei.

Mentre, dalle nostre parti, l’informazione manipolata getta fango, dichiarando che quei due Stati si oppongono al riconoscimento dello “stato di diritto”. Falso, come purtroppo assai (troppo) spesso è falsa la propaganda contro la vita, la famiglia, i diritti di bambini, mentre si promuovono vere e proprie campagne d’odio contro la vita nascente, chiedendo a gran voce il riconoscimento dell’aborto come “diritto universale”. Se, come ormai da mesi sentiamo dire, la tutela della vita e della salute è una priorità inderogabile, di fonte alla quale possiamo e dobbiamo chiedere grandi sacrifici a tutti, troviamo davvero impossibile giustificare questa manovra che sfrutta l’emergenza per imporre una politica culturale e sociale che ha molto il sapore di un imposizione del pensiero unico.

Mentre a Napoli la gente comune, con grande buon cuore, garantisce il tempone gratuito per i poveri rispolverando la umanissima tradizione del caffè sospeso” e un gran numero di associazioni in tutta Italia propongono raccolte fondi per comprare le bombole che devo contenere l’ossigeno, in Europa si finanziano campagne in favore dell’omogenitorialità e delle adozioni gay, e in Italia si stanziano quattro milioni di euro all’anno per promuovere giornate nazionali contro l’omotransfobia. Tutto ciò è privo di ogni buon senso, è vergognoso e merita una forte protesta da parte della società civile. Se è vero che oggi siamo tutti nella stessa tempesta, non è per nulla vero che siamo tutti sulla stessa barca, perché a qualcuno è riservato lo yacht di lusso, alla faccia della democrazia, mentre ad altri viene negato perfino il necessario per “sopravvivere”.

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