IL GOVERNO CINESE CONTRO IL DALAI LAMA: “STA PROFANANDO IL BUDDISMO”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:46

Anche il Dalai Lama si trova al centro di polemiche e scontenti, a causa delle sue dichiarazioni sulla reincarnazione della figura del capo spirituale del buddismo. Infatti il premio Nobel per la pace in alcune interviste avrebbe paventato la possibilità di non reincarnarsi, dato che la figura del Dalai Lama “ha fatto il suo tempo”. Qualche giorno dopo ha dichiarato che l’intervista “era stata fraintesa”, ma ha anche sottolineato che la prossima reincarnazione del Dalai Lama “sarà fuori dal controllo della politica cinese”. Ma il nuovo governatore del Tibet, Padma Choling, lo accusa durante i lavori dell’Assemblea nazionale del Popolo in corso a Pechino, dicendo che “il Dalai Lama sta profanando il buddismo. Le sue posizioni cambiano di continuo”, e continua dicendo che “se il governo centrale cinese non lo avesse approvato, come avrebbe potuto ricoprire questo ruolo?”

Secondo Choling, queste posizioni sono una profanazione, perché nessuno nel buddismo tibetano “accetterebbe la fine del ruolo del Dalai Lama soltanto perchè l’ha detto quello attuale”, Sottolinea inoltre che va rispettata la storia e le tradizioni religiose. Nonostante queste posizioni liberali, il governo locale del Tibet ha messo in stato di allerta le forze di sicurezza presenti sul territorio per impedire “ogni forma di manifestazione” relativa a oggi, che è l’anniversario della fallita insurrezione tibetana contro il governo cinese del 1959. Ma questa non risulta una novità in agenda, infatti è dal 2008 che il governo porta avanti una politica sempre più repressiva nei confronti di monasteri, scuole e comunità locali che chiedono maggiore autonomia culturale e piena libertà religiosa.

Segue la stessa scelta il governo del Nepal, che ospita circa 20mila rifugiati tibetani: per evitare ogni attrito con Pechino, Kathmandu ha “avvertito” la comunità locale di “non partecipare a proteste, marce o manifestazioni” in memoria dell’anniversario.Karma Dawa, dirigente del Centro rifugiati tibetani, spiega: “Non faremo nulla di pubblico, la sicurezza ci sta alle costole e non ci lascia mai in pace. Pregheremo per i nostri martiri e per un Tibet libero e indipendente”.

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