L’Italia Unita che non si arrende

Dagli infermieri ai sacerdoti in corsia. Ecco il Paese che festeggia l'Unità nel momento di maggior prova dal Dopoguerra

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:28

È un Italia particolarmente unita quella che oggi ricorda i 159 anni dalla proclamazione del Regno da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia (17 marzo 1861). “Mai come adesso l’Italia ha bisogno di essere unita. Sventoliamo orgogliosi il nostro Tricolore. Intoniamo fieri il nostro Inno nazionale. Uniti, responsabili, coraggiosi” ha scritto in un post via Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il momento è difficile e ci si vorrebbe poter abbracciare e festeggiare insieme. Ma l’Italia sta scoprendo un’altra parte di sé, più nascosta, eppure fortissima, tenace. È l’Italia che resiste di quella resistenza che è il reale filo rosso per salutare questo anniversario: l’audacia di fronteggiare il nemico, sia esso un regime totalitario come in passato o un virus letale, come in questo momento stiamo vivendo sulla nostra.

159 anni fa veniva proclamata l’Unità d’Italia. Da allora il nostro Paese ha affrontato mille difficoltà, guerre…

Pubblicato da Giuseppe Conte su Martedì 17 marzo 2020

Angeli fra le corsie

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” è la frase attribuita a Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unità d’Italia. 159 anni dopo il nostro Paese ne coglie i profitti di quell’eredità. Come l’esercito silenzioso fatto di di medici, infermieri e operatori sanitari che da almeno tre settimane lavora per garantire assistenza a tutto il Paese. Turni massacranti e relazioni ridotte, anche in famiglia. Così vive il personale sanitario di un Paese in cui il sistema sanitario è messo a dura prova in toto, dai reparti di terapia intensiva a quelli di medicina interna. Nessuno si ferma, e chi può lo fa con un sorriso. Certo, alla base c’è una grande responsabilità, che oggi investe un altro aspetto, quello della comunicazione, un tempo delegata ad altri, ora compito civico del cittadino. Lo dimostrano i post di infermieri e medici che invitano le persone a restare a casa: “Non è Photoshop. È quello che ti succede quando stai tante ore con mascherina FFP3, occhiali, tuta integrale, non lamentatevi se dovete stare chiusi in casa, ogni vostra negligenza è un prezzo troppo alto che tutti dobbiamo pagare. Usate il cervello, pensate ai vostri cari, a tutte le persone che si prendono cura di chi sta male” scrive sul suo profilo Facebook Sabina Maoddi, che lavora all’Ospedale Santissima Trinità a Is Mirrionis.

Non è Photoshop!!è quello che ti succede quando stai tante ore con mascherina FFP3 ,occhiali, tuta integrale …non…

Pubblicato da Sabina Maoddi su Mercoledì 11 marzo 2020

La è sua una voce unita a tante altre, testimonianza tangibile che prima di un lavoro esiste una coscienza civica che non guarda al proprio tornaconto, dallo sforamento dei turni all’amore per i propri cari.

Mamme in corsia

Ci sono anche loro, tra le eroine italiane: sono le mamme medico, infermierie, oss, che al sovraccarico di lavoro aggiungono un dolore più profondo, viscerale: quello di non poter abbracciare i loro figli. Non possono cedere, spesso molte di loro hanno bisogno di un supporto psicologico. Perché non è facile chiudere occhi e orecchie all’emergenza quotidiana, ritornare a casa e chiedere ai propri figli di essere distanti. In questo periodo di dibattito sulle mascherine e i presidi sanitari che stanno scarseggiando, per le donne che lavorano in corsia diventa prioritario salvaguardare la salute dei loro cari. Non è facile, un vero è proprio atto di eroismo nel quotidiano tramutatosi in inferno: “Tengo le distanze da mio marito. Dormo separata, faccio tanta attenzione. È successo di finire alle 3 e mezza di notte, rientrare a dormire, e tornare in ospedale alle otto. Il bacio al figlio lo mandi col pensiero. Ci sono medici che hanno spostato la famiglia dai suoceri per scongiurare rischi di contagio. C’è un neurochirurgo che non vede i figli da tre settimane. È tutto cambiato” dichiara una mamma a Il Secolo d’Italia. Nonostante questo, manca il sostegno, che spesso arriva con gli stessi pazienti, che riescono a strappare un sorriso, oppure dai colleghi.

Operatrici sanitarie a lavoro a Padova – Foto © Nicola Fossella

La vera ricchezza dei giovani

“Non guardiamo mai l’orologio e non facciamo turni o fasce orarie, andiamo dove serveconfessa a Fanpage.it Maria Pia Viola, dell’Associazione Viole di Partenope che si occupa di aiutare i napoletani in difficoltà, soprattutto anziani. Ecco l’Italia dei giovani, quelli sensibili al tema e che non pensano a uscire, né si fasciano la testa. L’immagine più lontana ai “bamboccioni” di lontana memoria. Sono i ragazzi di Napoli che si fanno custodi della ricchezza vera, quella che non ha che fare con il conto in banca, ma con la saggezza e preziosità delle relazioni. Per costoro gli anziani sono il vero bene da salvaguardare. Per questo ci pensano loro, inforcando le biciclette e acquistando medicinali, viveri, tutto ciò che serve a un anziano, che già da tempo patisce il peso della solitudine e che ora sfiora anche la precarietà dell’esistenza. Anche la Croce Rossa Italiana è impegnata nell’assistenza agli anziani: così verranno forniti di medicine gli anziani e le fasce più deboli del centro dell’isola di Serrenti. Anche distante, l’uomo può essere unito attraverso la solidarietà.

Il cardinale Matteo Zuppi durante la celebrazione delle Ceneri a Bologna – Foto © La Repubblica

Un prete per tutti

La maggiore distanza fisica è accorciata dalla forza spirituale. Stare al fianco dei malati in ospedale è arduo anche per i cappellani degli ospedali, quelli che spendono la loro vita al servizio degli ammalati e a cui il virus, il “nemico invisibile”, nega anche il contatto fisico con l’infermo, quello che prima era il gesto di maggior conforto nelle ore estreme della vita. Ma ciò non impedisce tanti di loro a portare conforto: lo fanno con la mascherina, a debita distanza e non solo. Offrono gli altri nel Sacrificio Eucaristico, celebrato a porte chiuse ma con il cuore aperto, in comunione con Cristo e con il popolo di Dio. È questa la testimonianza dei sacerdoti, oggi più che mai messi alla prova. “Dobbiamo avere tanto coraggio” dice a Fanpage.it don Luigi Castiello, cappellano dell’Ospedale del Mare di Napoli, che ha racconta le difficoltà di stare vicino alle persone che soffrono, ma anche la speranza di unità nella Carità. Don Luigi è impegnato a mettere in contatto i fedeli con le direttive della CEI attraverso la pagina Facebook “Pastorale della Salute ai tempi del coronavirus”, segno che anche gli strumenti social, se usati con intelligenza, possono accorciare quelle distanze che, mai come in questo momento, desideriamo abbattere.

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