Procedura d'infrazione: cosa rischia l'Italia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:29

La procedura d'infrazione, diciamolo subito, ancora non è stata avviata. Ma dopo la severa reprimenda della Commissione europea sui conti pubblici italiani, le possibilità che l'iter possa cominciare sono aumentate in modo significativo

I parametri

Bruxelles, in sostanza, chiede al nostro Paese di “riconsiderare la sua traiettoria di bilancio” con l'obiettivo di far scendere debito e deficit, cioè, rispettivamente, la somma dei disavanzi accumulati, negli anni, nei bilanci pubblici e la differenza fra uscite e entrate della macchina statale. Per il primo le regole europee prevedono che non possa superare il 60% del Pil, per il secondo che non possa andare oltre il 3%, sempre del prodotto interno lordo. 

Deviazione

Secondo l'Ue, tanto nel 2018 che nel 2019 gli impegni non sono stati rispettati e nel 2020 il deficit potrebbe arrivare al 3,5% (scostandosi dunque dal parametro di riferimento di uno 0,5%). La Commissione punta il dito contro le misure di welfare adottate dall'attuale governo, in particolare Quota 100, riforma che “capovolge” gli effetti positivi degli interventi del passato e indebolisce “la sostenibilità a lungo termine” delle finanze, danneggiata anche dall' “aumento dei tassi d'interesse dei titoli di Stato osservato nel 2018 e 2019“. La Ue stima che nel 2018 la spesa per interessi è stata di 2,2 miliardi, ovvero 1000 euro a persona. La manovra espansiva avrebbe quindi aggravato la deviazione dei conti pubblici dagli impegni presi con l'Europa.

Soluzioni

Come se ne esce? L'Ue si aspetta dall'Italia una “manovrina” da almeno 2-3 miliardi in attesa della prossima Legge di Bilancio, che verrà predisposta in autunno e approvata entro dicembre. Tra le clausole di salvaguardia che potrebbero scattare c'è il taglio ai servizi e ai trasferimenti pubblici, sacrifici che consentirebbero all'erario di incamerare subito 2 miliardi. Il governo, da parte sua, è determinato nel non fare passi indietro su Quota 100 e Reddito di cittadinanza, cioè sulle misure più costose per il bilancio che, però, rappresentano anche il cuore dei programmi elettorali, in materia economica, di Lega e Movimento 5 Stelle. Il premier, Giuseppe Conte, tenterà nuovamente la strada del dialogo, come già avvenuto a dicembre dopo il primo altolà di Bruxelles. “Le regole Ue vanno cambiate, considerarle dogmi significa, per l'Europa, spuntarsi gli artigli ma il problema è che ora vengono a attuate quelle vigenti” ha ammesso il presidente del Consiglio da Hanoi. L'auspicio, quindi, “è di trovare un accordo nel rispetto degli impegni” anche perché “si sta operando una sorta di autocorrezione naturale e i numeri che ha il governo sono diversi, il 2019 evidenzia maggiori entrate tributarie e non tributarie, e allarga i margini d'azione”. Il problema è rappresentato però dalla credibilità e affidabilità di un governo scosso dai venti di crisi. Conte dorvà dunque essere bravo anche a rassicurare i partner europei sulla tenuta dell'esecutivo per scongiurare la scure. 

La procedura

Il prossimo step, latu Europa, è rappresentato dalla prima riunione dell'Ecofin – che riunisce i ministri dell'Economia Ue – in programma il 14 giugno. In quella occasione in conti italiani saranno oggetto di discussione, per poi arrivare al 9 luglio, giorno in cui l'Ecofin decidera se aprire la procedura d'infrazione o meno. Se l'organismo fosse favorevole all'inter l'Italia verrebbe a trovarsi in una situazione da “sorvegliato speciale” e dovrà impegnarsi a intraprendere un percorso di riduzione di debito e deficit più stringente rispetto a quello degli altri Stati membri. Il ritorno all'austerity sarebbe inevitabile. Ogni tre mesi, poi, conti e riforme sarebbero oggetto di controllo da parte dei commissari. Per arrivare alle sanzioni vere e proprie potrebbero volerci anche 2 anni. La prima è rappresentata da una sorta di “multa” pari allo 0,2% del Pil. La seconda (molto pesante) dal blocco dei fondi strutturali Europei, che portano in Italia circa 70 miliardi. Infine ci sono lo stop ai prestiti della Bei (Banca europea per gli investimenti) e all'acquisto di titoli di Stato italiani da parte della Bce. 

Falchi e colombe

In fase di trattative, giocoforza, l'Italia dovrà puntare sui commissari più aperti al dialogo. Il rapporto di ieri, che ha parlato di procedura giustificata, va detto subito, è stato approvato all'unanimità da Bruxelles. Questo non esclude una dialettica fra falchi e colombe, ma certifica che di fronte al mancato – a volte anche ostentato – rispetto delle regole, gli spazi per il dialogo si restringono. Pierre Moscovici può essere, in ogni caso, annoverato tra i fautori della linea soft, a differenza del vicepresidente della Commissione Dombrovskis, poco malleabile. Ma se la decisione verrà presa a livello di Ecofin va da sé che i negoziati debbano essere condotti anche a livello di cancellerie nazionali. E lì le possibilità che la proposta italiana passi sono affidate alle singole sensibilità. E' notorio, ad esempio, che l'Austria di Kurz abbia chiesto addirittura “più sanzioni” per chi sfora le regole del debito. E che persino l'Ungheria di Orban – tutt'altro che allineata con Bruxelles – si sia in passato espressa a favore di un rispetto delle norme Ue. 

Gli altri Paesi

Il rapporto della Commissione, ovviamente, non ha coinvolto solo l'Italia è, nel nostro Paese, non manca chi lamenta una disparità di trattamento. Ad esempio con la Francia, che nonostante abbia sforato la regola del 3% è stata, “graziata” da Bruxelles. I parametri di debito e deficit in relazione al pil non sono, tuttavia, gli unici presi in considerazione in fase di valutazione. Altri dati macroeconomici certificano evidentemente, secondo l'Ue, una maggiore affidabilità di Parigi. Il superamento del limite è stato così giudicato come “limitato e temporaneo“. Buone notizie sono arrivate, invece, per la Spagna che si avvia, dopo anni, a uscire dalla procedura d'infrazione. La Germania, da parte sua, è stata rimproverata per il surplus di bilancio, che dovrà ridurre per evitare squilibri macroeconomici. 

 

 

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